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11 Luglio 2026 da Gianluca Falletta

Addio a Don Iwerks, l’uomo che insegnò alla magia Disney come uscire dallo schermo

Addio a Don Iwerks, l’uomo che insegnò alla magia Disney come uscire dallo schermo
11 Luglio 2026 da Gianluca Falletta

La magia Disney possiede sempre un retro, una zona sottratta allo sguardo dove la polvere di fata assume la forma assai meno romantica di ingranaggi, obiettivi, saldature, pellicole, motori, proiettori sincronizzati e problemi tecnici che qualcuno deve risolvere prima che il pubblico possa dimenticare l’esistenza della tecnologia. Don Iwerks apparteneva a quella rarissima stirpe di inventori capaci di lavorare dietro la meraviglia senza reclamarne il centro della scena, uomini per i quali una macchina non rappresentava soltanto uno strumento, ma un linguaggio attraverso cui raccontare storie impossibili. La sua scomparsa, avvenuta la sera del 9 luglio 2026 all’età di 96 anni, pochi giorni prima del suo novantasettesimo compleanno, porta via uno degli ultimi testimoni diretti di una Disney costruita ancora tra officine, studi fotografici e intuizioni annotate su fogli che potevano trasformarsi, qualche mese più tardi, in una nuova grammatica dello spettacolo.

Parlare di Don Iwerks significa avvicinarsi a una forma di creatività che oggi rischiamo spesso di confondere con la semplice disponibilità di strumenti sempre più potenti. Da imagineer, da appassionato di parchi e da persona che continua a considerare le attrazioni come opere narrative complete, trovo quasi commovente pensare a un’epoca durante la quale ogni effetto doveva essere conquistato fisicamente. Nessun menu a tendina poteva cancellare un bordo indesiderato, nessun motore grafico poteva generare in tempo reale una prospettiva, nessun visore commerciale prometteva immersione premendo un pulsante. Servivano ottica, meccanica, chimica, precisione e una certa dose di follia pratica. Serviva qualcuno disposto a osservare un limite e a trattarlo come una provocazione personale. Don Iwerks fece questo per gran parte della propria vita, trasformando la domanda “come possiamo mostrarlo?” in una disciplina creativa.

Il cognome, naturalmente, arrivava accompagnato da un’eredità quasi sovrumana. Suo padre Ub Iwerks era stato molto più di un grande animatore: co-creatore di Mickey Mouse, collaboratore fondamentale di Walt Disney e genio tecnico capace di intervenire tanto sul disegno quanto sui processi produttivi, Ub rappresentava una delle colonne meno celebrate dal pubblico generalista e più rispettate da chi conosce davvero la storia dell’animazione. Essere suo figlio avrebbe potuto ridurre Don a una nota a margine, oppure condannarlo a una vita trascorsa a inseguire paragoni impossibili. Scelse un’altra strada. Non tentò di replicare il gesto paterno, non costruì la propria identità imitando il tratto che aveva dato forma a Topolino. Raccolse piuttosto quella medesima curiosità verso il funzionamento delle immagini e la portò oltre, verso cineprese, sistemi di proiezione, schermi panoramici, ambienti immersivi e attrazioni capaci di circondare fisicamente lo spettatore.

Don entrò alla Walt Disney Productions nel 1950 come tecnico di laboratorio specializzato in processi fotografici. La sua prima esperienza fu interrotta dalla chiamata alle armi durante la guerra di Corea, dove prestò servizio per due anni presso il Signal Photo Corps. Tornato negli Stati Uniti, rientrò immediatamente alla Disney e passò presto allo storico Machine Shop dello studio, una sorta di officina mitologica per chi ama la storia dell’Imagineering: un luogo dove le idee creative smettevano di essere schizzi e cominciavano a pesare, girare, scaldarsi, incepparsi e funzionare davvero. La sua carriera lo avrebbe portato a guidare il Machine Shop, il Camera Service Department e la divisione dedicata all’ingegneria e alla produzione tecnica.

La prima grande produzione cinematografica alla quale lavorò come tecnico delle cineprese fu Ventimila leghe sotto i mari, kolossal Disney del 1954 con Kirk Douglas e James Mason. Rivedere oggi quel film significa respirare un’idea di avventura costruita attraverso scenografie monumentali, miniature, fotografia e soluzioni pratiche che conservano una presenza materica quasi perduta. Il Nautilus sembra occupare davvero uno spazio, l’oceano possiede una densità, il calamaro gigante non appare come un’immagine aggiunta dopo, ma come una creatura affrontata da attori, tecnici e stuntman dentro una complessa macchina cinematografica. Don Iwerks maturò professionalmente in quell’ambiente, tra persone convinte che la tecnica non dovesse esibire se stessa, ma rendere credibile l’impossibile.

Uno dei contributi più celebri arrivò con il perfezionamento del processo al vapore di sodio, tecnologia usata per fondere riprese dal vivo e fondali artificiali con una pulizia superiore rispetto alle comuni tecniche di compositing dell’epoca. Mary Poppins rimane il manifesto popolare di quella ricerca. La sequenza animata attraversata da Julie Andrews e Dick Van Dyke conserva ancora oggi una leggerezza sorprendente perché attori e disegni non sembrano semplicemente sovrapposti: condividono uno spazio narrativo, danzano assieme, si rispondono, si sfiorano. Dietro quella naturalezza si nascondeva un apparato ottico estremamente sofisticato. Il punto, però, non era dimostrare quanto fosse sofisticato. Il vero successo consisteva nel far dimenticare allo spettatore ogni difficoltà produttiva, lasciandogli soltanto la sensazione che entrare in un disegno di gesso fosse una possibilità perfettamente ragionevole.

Questa capacità di cancellare il confine fra supporto e racconto conduce direttamente al lavoro che più di ogni altro rende Don Iwerks una figura fondativa dell’intrattenimento immersivo: il Circle-Vision 360°. Disneyland aveva aperto da pochissimo e Walt Disney stava già cercando di superare il cinema frontale, quasi fosse infastidito dall’idea che la storia dovesse restare confinata dentro un rettangolo. Don collaborò allo sviluppo della cinepresa a 360 gradi utilizzata per Circarama, U.S.A., esperienza presente al parco sin dal 1955. Il primo film, A Tour of the West, richiedeva undici proiettori da 16 millimetri; le versioni successive adottarono nove proiettori sincronizzati. Il pubblico non guardava più semplicemente un paesaggio: veniva collocato al suo interno, circondato da immagini che eliminavano il privilegio di un unico punto di vista.

Oggi siamo abituati a parlare di esperienze immersive, realtà virtuale, extended reality, cupole LED, projection mapping e ambienti interattivi. Il termine “immersivo” compare ovunque, talvolta applicato con generosità perfino a una parete illuminata da due videoproiettori. Circle-Vision apparteneva invece a una ricerca radicale sul rapporto fra corpo, spazio e immagine. Non offriva soltanto uno schermo più grande: modificava il comportamento dello spettatore. Bisognava voltarsi, scegliere dove guardare, accettare di perdere una parte dello spettacolo mentre se ne osservava un’altra. In quella libertà percettiva abitava già un principio essenziale del moderno experience design: il visitatore non deve sentirsi seduto davanti al racconto, ma posizionato dentro di esso.

Tra gli episodi più affascinanti, almeno per noi italiani, figura il legame con Italia ’61, l’Esposizione Internazionale del Lavoro organizzata a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia. Don insegnò a una troupe italiana a usare la particolare cinepresa Circle-Vision, trasferendo non soltanto una tecnologia, ma una nuova maniera di pensare il cinema panoramico. È un dettaglio che crea un ponte inatteso fra la storia Disney e il nostro Paese, quasi una piccola linea segreta che collega l’officina di Burbank alla stagione futurista e industriale della Torino dei primi anni Sessanta. Immagino tecnici italiani alle prese con quell’apparato inconsueto, obbligati a dimenticare il concetto classico di inquadratura e a ragionare su una visione totale, priva di un vero fuori campo. Un’immagine meravigliosa, soprattutto per chi continua a credere che le rivoluzioni culturali passino spesso attraverso scambi concreti fra persone curiose.

America the Beautiful divenne la più nota fra le prime produzioni Circle-Vision, attraversando diverse versioni e restando in programmazione a Disneyland per oltre diciassette anni, prima di raggiungere anche Magic Kingdom, EPCOT Center, Tokyo Disneyland e Disneyland Paris. Per molti visitatori rappresentò un’esperienza quasi rituale, uno di quei ricordi difficili da separare dalla sensazione fisica del parco: le immagini attorno al corpo, il movimento percepito senza muoversi, la vertigine lieve, la consapevolezza che il cinema potesse smettere di essere una finestra e diventare architettura.

Don Iwerks lavorò anche alle tecnologie cinematografiche della Fiera Mondiale di New York del 1964-65, appuntamento decisivo per la storia dell’Imagineering e per la futura evoluzione dei parchi Disney. Quella fiera fu un gigantesco laboratorio pubblico dove Walt e i suoi collaboratori sperimentarono sistemi destinati a influenzare attrazioni come It’s a Small World, Great Moments with Mr. Lincoln, Carousel of Progress e Ford’s Magic Skyway. Don operava dentro quella stessa atmosfera di ottimismo tecnologico, una visione forse ingenua agli occhi contemporanei, ma irresistibile per chi ama l’idea di un futuro progettato come luogo di stupore condiviso. Le macchine non venivano percepite come antagoniste dell’umanità: potevano ampliare la capacità di raccontare, educare e meravigliare.

La sua firma tecnica avrebbe continuato a vivere in EPCOT, il parco Disney che più di ogni altro porta addosso il sogno di una tecnologia trasformata in esperienza culturale. Non serve aver conosciuto personalmente Don Iwerks per riconoscere il tipo di pensiero al quale apparteneva: lo si ritrova in ogni padiglione che prova a raccontare un Paese senza ridurlo a scenografia, in ogni sistema di proiezione progettato per scomparire, in ogni attrazione capace di far percepire uno spazio più vasto rispetto alla propria metratura reale. Una forma di imagineering priva della smania di stupire attraverso il solo gigantismo, interessata piuttosto a trovare il dispositivo giusto per modificare la percezione.

Fra i progetti successivi figurano anche lo sviluppo di tecnologie tridimensionali ed effetti in sala per Captain EO, la spettacolare avventura fantascientifica diretta da Francis Ford Coppola con Michael Jackson, oltre alla costruzione del sistema di proiezione di Star Tours. Per chi è cresciuto con Guerre Stellari, quest’ultimo contributo possiede un valore quasi sentimentale. Star Tours non fu una semplice attrazione basata su una licenza famosa: rappresentò una delle prime occasioni in cui il pubblico poté percepire davvero l’ingresso fisico dentro la galassia di George Lucas, sedendosi a bordo di uno Starspeeder e affidandosi alla guida disastrosa di Rex. Movimento, immagini, suono e scenografia dovevano cooperare con precisione assoluta. Una frazione di secondo fuori sincrono avrebbe spezzato l’illusione. Quella coordinazione tecnica, invisibile al visitatore e fondamentale per la sua emozione, appartiene pienamente all’universo professionale di Don.

Dopo quasi trentacinque anni trascorsi alla Disney, nel 1985 Don lasciò l’azienda e fondò Iwerks Entertainment insieme a Stan Kinsey. Non si trattò di un ritiro dalla frontiera tecnologica, ma di una nuova espansione. La società sviluppò sistemi di grande formato, simulatori, cinema speciali, teatri immersivi e soluzioni destinate a musei, parchi e luoghi d’intrattenimento in varie parti del mondo. L’esperienza accumulata a Disney diventò così una piattaforma per portare quella cultura progettuale oltre i confini della compagnia, anticipando molte tendenze che oggi associamo a location-based entertainment, media-based attractions e realtà virtuale collettiva.

Il riconoscimento dell’Academy arrivò attraverso il Gordon E. Sawyer Award relativo al 1997, consegnato durante la settantesima cerimonia degli Oscar il 23 marzo 1998. Non un premio alla celebrità, ma un tributo riservato a personalità le cui innovazioni tecnologiche hanno dato prestigio all’industria cinematografica. Un anno dopo, Iwerks Entertainment ricevette inoltre un Oscar per il contributo scientifico e tecnico legato al sistema di proiezione 8/70 Linear Loop. La nomina a Disney Legend, arrivata nel 2009, completò simbolicamente il percorso, inserendo Don accanto a suo padre Ub fra le figure che hanno plasmato l’identità della compagnia.

Anche il libro Walt Disney’s Ultimate Inventor: The Genius of Ub Iwerks, pubblicato nel 2019, racconta molto del suo rapporto con la memoria. Don avrebbe potuto limitarsi a custodire privatamente l’eredità paterna; preferì restituirla al pubblico, ricostruendo la figura di Ub come artista, inventore e compagno d’avventura di Walt. Quel gesto sembra quasi chiudere un cerchio: il figlio diventato a propria volta innovatore dedica tempo e precisione a riportare luce sull’uomo dal quale tutto era partito, evitando che la storia trasformasse una collaborazione essenziale in una leggenda troppo semplice.

Josh D’Amaro, CEO di The Walt Disney Company, lo ha ricordato come una persona capace di incarnare la rara combinazione di umanità, ingegno e passione che ha sempre definito Disney, sottolineando come i suoi contributi abbiano aiutato a creare film e attrazioni amate da generazioni di fan. Parole istituzionali, certo, ma particolarmente adatte a una figura come Don, perché ingegno e passione rappresentano davvero le due coordinate della sua carriera. La tecnologia, lasciata sola, produce dispositivi. La passione, priva di competenza, genera intenzioni. Il lavoro di Iwerks viveva nell’incontro fra le due cose.

La sua morte arriva durante una fase storica dominata da intelligenza artificiale generativa, produzione virtuale, schermi LED, rendering in tempo reale e attrazioni sempre più dipendenti dal software. Sarebbe facile trasformare il ricordo di Don Iwerks in un esercizio nostalgico, contrapponendo la gloriosa meccanica del passato alla freddezza digitale del presente. Sarebbe anche profondamente ingiusto. Don non difendeva una tecnologia specifica: difendeva la ricerca. Se fosse nato molti decenni dopo, probabilmente avrebbe osservato motori grafici, visori e sistemi volumetrici con la stessa curiosità riservata alle cineprese panoramiche. La lezione lasciata dalla sua generazione non riguarda il culto dell’analogico, ma il coraggio di inventare strumenti nuovi per servire emozioni nuove.

Chi progetta esperienze dovrebbe ricordarlo ogni volta che una tecnologia viene scelta soltanto perché alla moda. Don Iwerks partiva dal problema narrativo, dal desiderio di mostrare qualcosa che i mezzi esistenti non riuscivano ancora a contenere. Circle-Vision non nacque per vendere nove proiettori; nacque perché uno schermo frontale non era più sufficiente. Il processo al vapore di sodio non fu perfezionato per celebrare un brevetto; serviva a far ballare persone reali accanto a personaggi animati senza distruggere la credibilità della scena. Il sistema di Star Tours non cercava applausi per la propria complessità; voleva farci credere, anche soltanto per pochi minuti, di essere partiti verso Endor.

Forse il modo più giusto per ricordare Don Iwerks consiste proprio nel tornare a guardare le attrazioni con maggiore attenzione. Dietro una curva apparentemente semplice, un’immagine perfettamente sincronizzata o una transizione che non notiamo vive il lavoro di qualcuno che ha eliminato ogni ostacolo fra noi e la storia. Sono professionisti raramente riconosciuti all’uscita, inventori senza cameo, narratori che usano metallo, luce e movimento al posto delle parole. Don fu uno dei più grandi fra loro.

La Disney saluta così un uomo legato alla propria storia per oltre settant’anni, mentre il mondo dell’intrattenimento immersivo perde uno dei padri della sua grammatica moderna. Rimangono i film, le attrazioni, i sistemi nati dalle sue intuizioni e quella convinzione ostinata secondo cui ogni barriera tecnica può diventare l’inizio di una nuova forma narrativa. Rimane soprattutto una domanda che riguarda tutti noi, creativi, progettisti, fan e visitatori: quante volte abbiamo provato meraviglia senza conoscere il nome della persona che aveva costruito il modo esatto per farcela provare?

Don Iwerks quel modo lo cercò per tutta la vita. E ogni volta che uno schermo proverà ad allargarsi oltre i propri bordi, ogni volta che un’attrazione ci farà dimenticare il luogo fisico in cui ci troviamo, una parte del suo pensiero continuerà a viaggiare insieme a noi. La conversazione sulla sua eredità, sulle attrazioni che portano ancora la traccia delle sue invenzioni e sui ricordi di chi ha vissuto quelle esperienze può soltanto proseguire, perché la vera magia Disney non termina allo spegnimento di un proiettore: resta impressa negli occhi di chi era presente e aspetta di essere raccontata ancora.

L’articolo Addio a Don Iwerks, l’uomo che insegnò alla magia Disney come uscire dallo schermo proviene da CorriereNerd.it.

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