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25 Luglio 2026 da Gianluca Falletta

Anfiteatro Berico di Arcugnano: il falso romano che ha ingannato turisti e appassionati

Anfiteatro Berico di Arcugnano: il falso romano che ha ingannato turisti e appassionati
25 Luglio 2026 da Gianluca Falletta

Ogni appassionato di archeologia conosce quella sensazione difficile da spiegare: arrivare davanti a una rovina antica e immaginare le persone che l’hanno attraversata secoli prima, ascoltare il silenzio di un tempio, sfiorare una pietra consumata dal tempo e sentirsi, anche solo per un istante, parte di una storia infinitamente più grande della nostra. Forse è proprio questo desiderio di connessione con il passato ad aver trasformato l’Anfiteatro Berico di Arcugnano in uno dei casi più sorprendenti e controversi della cronaca italiana recente, una vicenda che sembra uscita da un romanzo storico mescolato a un thriller investigativo.

Per oltre dieci anni migliaia di persone hanno raggiunto i Colli Berici, poco distante da Vicenza, convinte di visitare un eccezionale sito romano rimasto nascosto per secoli. Il luogo veniva raccontato come una scoperta straordinaria, un anfiteatro antico capace addirittura di riscrivere parte della storia del territorio vicentino. Guide, racconti suggestivi, eventi esclusivi e perfino ricostruzioni storiche contribuivano a costruire un’aura quasi leggendaria attorno a quella che sembrava una delle più importanti testimonianze archeologiche del Nord Italia. Poi la realtà ha completamente ribaltato la narrazione.

Secondo quanto accertato dalla magistratura, infatti, quello che migliaia di visitatori consideravano un monumento romano non era altro che una costruzione moderna realizzata abusivamente, con elementi artificialmente invecchiati per simulare il passaggio dei secoli. Una storia che ancora oggi lascia increduli, perché dimostra quanto sia sottile il confine tra il fascino della ricostruzione e il rischio dell’inganno.

La vicenda ruota attorno a Franco Malosso, sessantanovenne conosciuto anche con lo pseudonimo di “Von Rosenfranz”, figura piuttosto nota nel Vicentino. Dopo una lunga battaglia giudiziaria, la condanna nei suoi confronti è diventata definitiva e nelle ultime settimane è stato condotto nel carcere di Ventimiglia, città nella quale nel frattempo si era trasferito. La pena inflitta è di due anni e quattro mesi di reclusione, oltre a una multa, per abuso edilizio e falsificazione di opera architettonica. La permanenza in carcere, secondo quanto riportato dalle cronache locali, dovrebbe comunque concludersi prima della fine dell’estate.

Quello che rende questa vicenda così straordinaria non è soltanto l’aspetto giudiziario, ma l’enorme macchina narrativa costruita attorno all’Anfiteatro Berico. L’area occupava circa cinquemila metri quadrati e veniva presentata come un autentico complesso romano, completo di reperti, antiche murature e testimonianze archeologiche apparentemente convincenti. Per accedere al sito era necessario acquistare un biglietto che poteva arrivare fino a quaranta euro a persona, mentre il calendario delle attività proponeva visite guidate, rappresentazioni in costume, cene panoramiche ed eventi destinati a far vivere agli ospiti un’esperienza immersiva nella presunta epoca romana.

Come spesso accade nelle storie che fanno leva sul mistero, il racconto non si fermava alla semplice visita. Ai partecipanti venivano proposte ricostruzioni storiche prive di qualsiasi fondamento documentale, con riferimenti a personaggi come Giulio Cesare e Cleopatra che, secondo la narrazione offerta durante gli eventi, avrebbero attraversato proprio quei luoghi. Un intreccio affascinante, certamente cinematografico, ma completamente privo di basi archeologiche.

Le indagini dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, insieme alla Soprintendenza e alla Procura di Vicenza, hanno però iniziato a smontare pezzo dopo pezzo quella che appariva come una scoperta sensazionale. Gli esperti hanno escluso categoricamente la presenza di un autentico anfiteatro romano, evidenziando come le strutture fossero di realizzazione recente e come il terreno fosse stato modificato attraverso sbancamenti e interventi edilizi eseguiti senza autorizzazione in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico.

L’inchiesta ha portato al sequestro del complesso già nel 2016 e il lungo percorso processuale si è concluso definitivamente dopo che anche la Corte di Cassazione ha respinto l’ultima richiesta avanzata dalla difesa, rendendo irrevocabile la condanna.

Eppure questa storia possiede anche un altro livello, forse ancora più affascinante, che riguarda il territorio stesso dei Colli Berici. Il nome “Berici” affonderebbe infatti le proprie radici nell’antica figura di Bergimus, divinità celtica associata alle montagne e alle alture. Molto prima dell’arrivo dei Romani queste colline erano considerate luoghi sacri, carichi di spiritualità e tradizioni che si sono stratificate nei secoli.

L’evoluzione religiosa del luogo racconta perfettamente come ogni civiltà abbia lasciato il proprio segno. Sulla sommità di Monte Berico i Romani sostituirono l’antico culto di Bergimus edificando un santuario dedicato ad Apollo, dio del Sole, e ad Artemide-Diana, dea della Luna. Secoli più tardi, con l’affermarsi del Cristianesimo, quello stesso colle sarebbe diventato sede della celebre Basilica della Madonna di Monte Berico, creando una continuità simbolica che attraversa oltre duemila anni di storia religiosa.

Forse è anche questa incredibile profondità storica ad aver reso credibile la leggenda dell’Anfiteatro Berico. In un territorio che custodisce davvero testimonianze antiche, dove Celti, Romani e cristiani hanno lasciato tracce concrete del loro passaggio, immaginare l’esistenza di un grande anfiteatro nascosto sembrava quasi naturale. Il contesto storico reale ha finito per rafforzare una narrazione completamente inventata.

Da appassionata di beni culturali, questa vicenda mi colpisce per un motivo preciso. Non tanto per il falso in sé, perché la storia dell’arte e dell’archeologia è piena di contraffazioni celebri, quanto per il rapporto emotivo che ciascuno di noi instaura con il patrimonio storico. Visitare un luogo antico significa affidarsi alla ricerca scientifica, agli archeologi, agli storici, a chi dedica la propria vita a distinguere ciò che appartiene davvero al passato da ciò che invece è soltanto una suggestione costruita ad arte. Tradire quella fiducia significa danneggiare qualcosa che va ben oltre il singolo monumento.

È inevitabile che, leggendo questa vicenda, la mente corra verso film come Indiana Jones o romanzi alla Il nome della rosa, dove reliquie perdute, falsificazioni e misteri archeologici alimentano avventure straordinarie. La differenza fondamentale è che, nella realtà, la tutela del patrimonio culturale non può permettersi licenze narrative. Ogni reperto autentico racconta una storia irripetibile e proprio per questo va protetto da qualsiasi manipolazione.

Il caso dell’Anfiteatro Berico rimane uno degli episodi più clamorosi degli ultimi anni nel panorama italiano dei falsi archeologici, una vicenda che continuerà probabilmente a essere studiata anche come esempio di quanto sia importante il lavoro di verifica svolto dalle istituzioni e dagli specialisti nella conservazione dei beni culturali.

Resta però una domanda che continua a tornarmi in mente ogni volta che ripenso a questa incredibile storia: quanto desideriamo davvero credere alle leggende, soprattutto se sembrano dare forma ai luoghi che amiamo? Forse il fascino dell’archeologia vive proprio su quel confine sottile tra immaginazione e realtà. La differenza, però, la fanno sempre i fatti. E voi, se vi foste trovati davanti a quell’anfiteatro prima delle indagini, avreste intuito che qualcosa non tornava oppure vi sareste lasciati conquistare dalla magia del racconto?

L’articolo Anfiteatro Berico di Arcugnano: il falso romano che ha ingannato turisti e appassionati proviene da CorriereNerd.it.

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