
Per molti anni abbiamo raccontato l’evoluzione dei parchi divertimento attraverso una grammatica abbastanza riconoscibile: coaster più alti, scivoli più estremi, tematizzazioni più sofisticate, tecnologie immersive, sistemi interattivi e nuovi modi di trasformare il visitatore da spettatore a protagonista. Dietro quella scenografia, però, esiste un’altra macchina spettacolare, decisamente meno fotografata ma fondamentale: pompe, filtri, climatizzazione, illuminazione, cucine, officine, infrastrutture e quantità enormi di energia necessarie a mantenere in funzione mondi artificiali costruiti per farci dimenticare, almeno per qualche ora, il mondo reale. Da professionista cresciuto nell’entertainment e nei parchi, trovo particolarmente interessante il passaggio che stiamo osservando adesso: la sostenibilità smette gradualmente di essere una voce laterale del progetto e comincia a entrare nella progettazione stessa. Anche IAAPA, l’associazione internazionale di riferimento per l’industria delle attrazioni, ha ormai portato il tema al centro della propria strategia, parlando apertamente di riduzione dell’impatto climatico, efficienza delle risorse, governance e misurazione dei risultati. Non è quindi soltanto una questione di immagine aziendale. Sta cambiando il modo in cui un parco pensa il proprio futuro.
L’annuncio arrivato da Caribe Bay, a Jesolo, racconta bene questa trasformazione. Il parco acquatico nato nel 1989 come Aqualandia avvierà a novembre la realizzazione di un impianto fotovoltaico da 860 kW, composto da 1.295 pannelli ad alta efficienza installati sopra sette pensiline che copriranno parte del parcheggio lungo via Buonarroti. Non rappresenta un intervento marginale inserito quasi per obbligo in qualche bilancio ambientale: accompagna un piano di crescita molto più ampio e dovrebbe essere seguito, in futuro, da un’estensione per ulteriori 2.400 kW di potenza. L’aspetto interessante sta soprattutto nella logica. Caribe Bay utilizzerà l’energia prodotta per sostenere il crescente fabbisogno delle proprie attività, mentre la produzione eccedente sarà immessa nella rete attraverso ArtCom-CER, la Comunità Energetica Rinnovabile del Veneto Orientale. Quest’ultima, costituita nel 2024, nasce proprio per mettere in relazione produttori e consumatori locali, favorendo autoconsumo collettivo e condivisione dell’energia rinnovabile. Il parco, insomma, non diventa semplicemente un luogo che consuma meno: può trasformarsi anche in un piccolo nodo energetico capace di dialogare con il territorio.
La scelta acquista ancora più significato osservando ciò che Caribe Bay prepara per il 2027. La nuova area Agua Azul introdurrà una grande vasca ad alta salinità progettata per restituire quella particolare sensazione di galleggiamento associata alle acque del Mar Morto, accompagnata da dodici vasche idromassaggio terrazzate collegate da cascate scenografiche. È il primo tassello visibile di un programma di sviluppo che guarda molto più avanti e che comprende anche esperienze legate al surf artificiale. Caribe Bay ha indicato da tempo il 2041 come orizzonte della propria strategia di crescita, puntando su nuove attrazioni, qualità dell’esperienza e sostenibilità. Il cortocircuito creativo, almeno per chi progetta parchi, è affascinante: più aumenta la complessità dell’esperienza, più aumenta inevitabilmente anche la complessità dell’infrastruttura che deve sostenerla. Una piscina salina, gli idromassaggi, le cascate, il trattamento dell’acqua, la tematizzazione, gli impianti tecnici e le future attrazioni non funzionano grazie alla polvere di fata. Richiedono energia. Il vero salto progettuale consiste allora nel non fingere che questa necessità non esista, ma incorporarla nel progetto e cercare di produrre quella stessa energia in maniera progressivamente più intelligente. Secondo i dati diffusi dal parco, l’impianto funzionerà durante tutto l’anno, quindi anche durante i mesi di chiusura, e la produzione prevista dovrebbe risultare superiore al fabbisogno interno legato all’impianto stesso; il confronto fornito da Caribe Bay quantifica l’equivalente produzione da fonti fossili in circa 260 tonnellate di carbone, con emissioni nell’ordine delle 525 tonnellate di CO₂, oppure quasi 105.000 metri cubi di gas naturale.
Guardando oltre Jesolo si capisce che non siamo davanti a un caso isolato. Rulantica, il grande water world di Europa-Park in Germania, offre forse uno degli esempi europei più interessanti perché affronta il problema contemporaneamente da diversi fronti: il suo impianto fotovoltaico conta circa 3.000 moduli, produce indicativamente 1,1 milioni di kWh all’anno e copre una parte del parcheggio, proteggendo circa 400 automobili. Ancora più significativo, dal punto di vista progettuale, è ciò che accade all’acqua: una tecnologia di filtrazione permette di riciclare circa l’80% delle acque di scarico delle piscine, mentre l’acqua dell’attrazione Vildstrøm viene immagazzinata durante la notte in una grande cisterna sotterranea che ne conserva la temperatura. Tradotto dal linguaggio tecnico a quello dell’imagineering: sostenibilità e guest experience non devono necessariamente contendersi spazio. Una pensilina solare può produrre energia e contemporaneamente fare ombra all’auto del visitatore; un sistema di recupero dell’acqua può diminuire i consumi senza alterare l’esperienza; una soluzione tecnica intelligente può diventare invisibile agli occhi dell’ospite e decisiva per la sostenibilità dell’intero progetto.
La stessa industria internazionale sta andando in quella direzione. IAAPA documenta impianti solari capaci di sostenere quote sempre più consistenti dei consumi dei parchi, sistemi di filtrazione che riducono drasticamente l’impiego d’acqua, recupero e riutilizzo delle strutture esistenti, elettrificazione, gestione dei rifiuti e ripensamento delle filiere di approvvigionamento. Dreamworld in Australia, per esempio, ha progettato un sistema fotovoltaico destinato a coprire circa il 21% del proprio fabbisogno elettrico annuale; Water World Ocean Park di Hong Kong utilizza tecnologie di filtrazione che, secondo i dati dichiarati, possono ridurre fino al 90% l’acqua necessaria per determinate operazioni di controlavaggio. Persino la rigenerazione delle attrazioni esistenti sta entrando nel discorso: Pleasure Beach Resort ha trasformato la storica torre Ice Blast nella nuova Launch Pad recuperando buona parte della struttura e dell’hardware originale invece di demolire tutto e ripartire da zero. È forse questo il punto che trovo più interessante: il parco sostenibile non coincide necessariamente con il parco tappezzato di simboli verdi. Coincide con un luogo progettato meglio, capace di ragionare sull’intero ciclo di vita delle proprie infrastrutture.
Caribe Bay accoglie mediamente centinaia di migliaia di visitatori ogni stagione e rappresenta da decenni una componente importante dell’economia turistica di Jesolo. Il fotovoltaico, quindi, racconta qualcosa che supera i confini degli 80.000 metri quadrati tematizzati del parco. Racconta un modello nel quale una struttura dedicata all’entertainment può produrre energia, partecipare a una comunità energetica, sostenere l’occupazione locale e continuare contemporaneamente a costruire esperienze spettacolari. Sarebbe ingenuo pensare che un impianto solare renda automaticamente “sostenibile” un parco: l’impatto ambientale di una destinazione turistica coinvolge acqua, mobilità degli ospiti, materiali, rifiuti, costruzioni, supply chain, manutenzione e molti altri fattori. Proprio per questo misurazione, trasparenza e progressione contano più degli slogan. IAAPA stessa insiste ormai sull’idea di misurare i risultati e far evolvere gradualmente gli interventi anziché trattare la sostenibilità come una campagna una tantum.
Forse il futuro dell’amusement sarà meno semplice da raccontare con la classica domanda su quale sarà il prossimo scivolo da record. Potremmo iniziare a interessarci anche a quanta energia richiede, da dove arriva quell’energia, quanta acqua viene recuperata, cosa succede agli impianti dopo vent’anni e quale relazione mantiene un parco con la città che lo ospita. Non suona spettacolare come una discesa a ottanta chilometri orari, lo so. Eppure dietro la prossima grande evoluzione dei parchi potrebbe nascondersi precisamente questo cambio di prospettiva: continuare a costruire mondi impossibili, imparando però a farli funzionare in maniera sempre più compatibile con quello reale.
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L’articolo Caribe Bay punta sul fotovoltaico: il futuro dei parchi divertimento passa dall’energia sostenibile proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.


