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13 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Foresta delle Stelle: in Val di Fiemme 15.000 alberi trasformano le ferite di Vaia in un nuovo paesaggio

Foresta delle Stelle: in Val di Fiemme 15.000 alberi trasformano le ferite di Vaia in un nuovo paesaggio
13 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Otto anni possono cambiare il profilo di una città, trasformare un’industria, consumare mode che sembravano destinate a durare per sempre. Per un bosco, invece, otto anni sono quasi un battito di ciglia. Attraversando ancora oggi le zone delle Dolomiti travolte dalla tempesta Vaia, quella notte tra il 28 e il 29 ottobre 2018 continua a essere leggibile nel paesaggio come una frase rimasta interrotta: pendii un tempo compatti improvvisamente aperti, radure innaturali, ceppaie, tronchi spezzati, prospettive che prima non appartenevano a quei luoghi. Le raffiche raggiunsero in diverse aree del Nord velocità prossime ai 190 chilometri orari e milioni di alberi vennero abbattuti in poche ore. Le stime oscillano in relazione ai territori presi in considerazione, ma restituiscono comunque una scala difficilissima da immaginare: intorno ai tredici milioni di alberi caduti a livello nazionale secondo i dati della Protezione Civile, circa quattordici milioni considerando le stime riferite alle aree nordorientali maggiormente coinvolte. Eppure quei numeri, pur enormi, raccontano soltanto una frazione di ciò che Vaia ha realmente spezzato. Una foresta non rappresenta una collezione di alberi come un parco divertimenti non coincide con la somma delle proprie attrazioni: funziona attraverso relazioni invisibili, percorsi, suoni, ombre, animali, acqua, lavoro umano, memoria, abitudini e orientamento. In poche ore quella rete è stata riscritta.

Forse la deformazione professionale dell’imagineer porta inevitabilmente a osservare anche un paesaggio ferito domandandosi quale storia possa ancora raccontare. Progettando parchi, exhibit o esperienze immersive impari presto che uno spazio conserva sempre qualcosa di ciò che è stato, anche dopo una trasformazione radicale; cancellarlo completamente significa spesso perdere proprio la parte più interessante del racconto. Sopra Predazzo, in Val di Fiemme, questa intuizione sta assumendo una forma concreta attraverso la Foresta delle Stelle, progetto sviluppato da WOWnature di Etifor insieme alla Magnifica Comunità di Fiemme con il sostegno della Fondazione dei Dipendenti del Gruppo VKR nell’ambito del programma Reconnect with Nature. Il titolo completo, From wounds to wonder: rebuild, reforest, reconnect. A journey of recovery and learning in the Dolomites, chiarisce bene l’ambizione: non ricostruire una scenografia naturale identica a quella precedente, ma accompagnare il territorio dentro una nuova fase della propria storia. Su circa dieci ettari è prevista la messa a dimora di 15.000 piante native, con l’obiettivo di coinvolgere ulteriori realtà nell’adozione di altre 5.000, mentre il completamento degli interventi è previsto per l’autunno 2027.

La parte più interessante, almeno dal punto di vista progettuale, non riguarda però la quantità. Una fotografia con migliaia di giovani abeti perfettamente allineati funzionerebbe benissimo sui social e molto meno come risposta ecologica. La Foresta delle Stelle prova invece a ragionare sul futuro attraverso una maggiore diversificazione delle specie, mescolando larice, abete rosso, pino silvestre, betulla, pado e acero montano. Anche la disposizione segue una logica meno artificiale, con piccoli gruppi collocati vicino alle ceppaie rimaste dopo gli schianti e una struttura pensata per avvicinarsi ai processi spontanei del bosco. È un dettaglio progettuale che trovo particolarmente significativo perché mette in crisi una nostra ossessione molto contemporanea: l’idea del reset. Nei videogiochi possiamo ricaricare un salvataggio precedente e riportare tutto esattamente dov’era; nella realtà quella funzione non esiste. Ricostruire non significa tornare indietro. Il bosco che affronterà i prossimi decenni dovrà vivere dentro condizioni climatiche differenti da quelle che precedettero Vaia e, proprio per questo, la resilienza passa anche attraverso una maggiore complessità biologica.

La tempesta, inoltre, non ha rappresentato la fine del problema. Il secondo capitolo porta il nome poco epico di Ips typographus, il bostrico tipografo, coleottero naturalmente presente nelle foreste di abete rosso che ha trovato nelle immense quantità di materiale danneggiato dalle raffiche una condizione ideale per moltiplicarsi. La Provincia autonoma di Trento ha collegato direttamente l’espansione dell’infestazione alla massa di alberi schiantati da Vaia; i monitoraggi più recenti indicano una fase di progressiva diminuzione dopo il picco principale, anche se la sorveglianza continua e fenomeni locali possono ancora manifestarsi. Questo passaggio ricorda quanto sia fragile certa retorica della “natura che si riprende tutto”. Suona bene, possiede la semplicità di una frase da condividere, ma un ecosistema sottoposto a uno shock così violento può sviluppare dinamiche molto meno poetiche. Gestire una foresta significa confrontarsi con tempi lunghi, equilibri instabili, insetti, suolo, acqua, clima, economia del legname, sicurezza e biodiversità. Piantare un alberello davanti a una telecamera rappresenta forse la parte più semplice.

A trasformare però questa operazione di riforestazione in qualcosa che mi interessa anche come progetto culturale interviene una conseguenza quasi paradossale di Vaia. Gli alberi caduti hanno aperto il bosco verso il cielo. Una perdita drammatica ha generato nuove porzioni di volta celeste visibili da terra, e il progetto utilizza proprio quella relazione senza tentare di trasformare il disastro in qualcosa di positivo. Lungo il percorso verranno sviluppate installazioni dedicate alle foreste, alla crisi climatica e all’astronomia, coinvolgendo i divulgatori di Chi Ha Paura Del Buio? e professionisti dell’Università di Padova. Anche lo storico sentiero E339, antica mulattiera militare che collega Valmaggiore al Lago di Moregna, verrà recuperato intervenendo sul fondo, sui drenaggi e sui tratti più compromessi, mentre punti di osservazione e strutture realizzate anche con il legname proveniente dagli schianti accompagneranno il cammino. Il risultato, sulla carta, possiede una qualità che qualsiasi progettista di esperienze cerca disperatamente: una drammaturgia già contenuta nel luogo. Non serve inventare un portale dimensionale, costruire un set o indossare un visore. Si cammina dentro le conseguenze di un evento reale, si attraversa un bosco che sta ricominciando a crescere, poi lo sguardo viene portato verso lo spazio.

L’astronomia aggiunge una scala quasi vertiginosa al racconto. Matteo Miluzio, astrofisico e divulgatore di Chi Ha Paura Del Buio?, ha richiamato la Blue Marble, la fotografia della Terra realizzata nel 1972 dall’equipaggio di Apollo 17, immagine diventata nel tempo una delle rappresentazioni più potenti della nostra fragilità planetaria. Trovo affascinante il corto circuito: osservare le stelle per tornare a pensare alla Terra. La fantascienza utilizza questa dinamica da decenni, forse da sempre. Inventiamo pianeti lontani, astronavi, civiltà aliene e futuri impossibili per parlare con maggiore libertà del presente; guardiamo verso mondi che non possiamo raggiungere per capire meglio quello su cui camminiamo ogni giorno. La Foresta delle Stelle traduce la stessa idea in un’esperienza elementare e, proprio per questo, potentissima: alzare la testa verso il cielo e poi abbassarla verso un terreno che porta ancora i segni di una catastrofe climatica. Nessun effetto speciale potrebbe risultare più efficace.

Questa capacità di trasformare una ferita in un linguaggio richiama inevitabilmente il Drago di Vaia di Marco Martalar, altra creatura nata materialmente dagli alberi abbattuti dalla tempesta. Il grande drago costruito sull’Alpe Cimbra utilizzando il legno degli schianti aveva già trasformato un evento atmosferico in mito contemporaneo; dopo l’incendio doloso del 2023, la sua ricostruzione come Drago Vaia Regeneration, incorporando anche parti carbonizzate dell’opera precedente, ha aggiunto un livello narrativo quasi difficile da inventare a tavolino. Prima la natura ferita diventa arte, poi l’arte viene distrutta e infine quella distruzione entra fisicamente nella nuova opera. Più che nascondere le cicatrici, questi progetti sembrano accettarle come materiale della narrazione. Non significa rendere “bella” una tragedia, operazione che troverei persino disturbante; significa impedire che il tempo la trasformi in una riga sempre più piccola dentro un archivio di eventi estremi.

La parte più complessa della Foresta delle Stelle inizierà probabilmente dopo le inaugurazioni, le fotografie istituzionali e le prime stagioni di crescita. Una foresta ragiona con una metrica che mette in crisi quasi tutto ciò a cui siamo abituati nel mondo della comunicazione e dell’entertainment. Noi progettiamo spesso cercando un hero moment: quel preciso istante in cui il pubblico dovrebbe fermarsi, emozionarsi, fotografare qualcosa e portarselo simbolicamente a casa. Qui il vero hero moment potrebbe appartenere a persone che oggi non sono ancora nate. Quei quindicimila alberi non rappresentano l’opera terminata, ma l’inizio di un processo che attraverserà generazioni, stagioni, nuove crisi climatiche e probabilmente altre trasformazioni che non possiamo prevedere. Forse tra trent’anni qualcuno camminerà lungo lo stesso sentiero e guarderà le stelle attraverso chiome ormai alte, sapendo che quel bosco è nato da una delle notti più traumatiche delle Alpi contemporanee. Forse il paesaggio sarà ancora diverso da quello immaginato oggi. E mi piace pensare che proprio questa impossibilità di conoscere il finale renda la Foresta delle Stelle una delle forme più sincere di storytelling che possiamo progettare: preparare uno spazio, affidarlo al tempo e accettare che sarà il bosco, alla fine, a decidere quale storia raccontare.

L’articolo Foresta delle Stelle: in Val di Fiemme 15.000 alberi trasformano le ferite di Vaia in un nuovo paesaggio proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

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