

Monza ha appena raccolto una di quelle eredità culturali che pesano più di quanto sembri, perché dietro al trasferimento del Museo del Fumetto dallo storico WOW Spazio Fumetto di Milano all’ex biblioteca di via Zuccoli, al quartiere Cederna, non si muove soltanto una pratica amministrativa o una riqualificazione urbana da 850mila euro, ma una storia fatta di tavole originali, scaffali pieni di memoria, battaglie ostinate, ferite ancora aperte e quella strana capacità che il fumetto possiede da sempre: sopravvivere ai traslochi, alle crisi, ai pregiudizi e persino agli spegnimenti improvvisi delle luci.
Per chi ha passato anni a respirare cultura nerd, a misurare le città non solo dai monumenti ma dai luoghi dove le storie trovano casa, il nome WOW Spazio Fumetto non era mai stato una semplice insegna. A Milano, in viale Campania, quel museo aveva conquistato una posizione strana e preziosa, a metà tra archivio, playground mentale, laboratorio di immaginario e rifugio generazionale. Entravi per vedere una mostra, magari convinto di concederti un’ora leggera tra personaggi amati e copertine storiche, e uscivi con la sensazione di aver attraversato un pezzo del Novecento e del presente italiano filtrato attraverso ballon, chine, retini, lettering, supereroi, paperi, anti-eroi, satira, avventura, fantascienza e infanzia mai davvero archiviata. Il fumetto, preso sul serio senza essere irrigidito, lì funzionava come dovrebbe funzionare ogni spazio culturale pop: accessibile, intelligente, fisico, pieno di stratificazioni, capace di parlare al bambino che ha imparato a leggere con Topolino e all’adulto che ha capito tardi quanto quelle pagine avessero anticipato paure, desideri e trasformazioni sociali.
La chiusura milanese è stata dolorosa proprio per questo. Non ha avuto il sapore di una pausa tecnica, né quello rassicurante di un cambio sede già pronto, con scatoloni ordinati e una nuova targa da inaugurare a breve. Ha somigliato di più a uno di quei finali bruschi che noi appassionati conosciamo fin troppo bene, la serie amata interrotta senza una stagione conclusiva, il cabinato spento a metà partita, la sala giochi trasformata in altro prima ancora di riuscire a salutarla. La Fondazione Franco Fossati, guidata da Luigi Bona, si è ritrovata a dover affrontare una frattura pesante con il Comune di Milano, tra questioni economiche, debiti accumulati, rapporti istituzionali complicati e una sensazione di sfinimento che chi gestisce cultura dal basso conosce fin troppo bene. A far male, più della cronaca, era l’impressione di vedere un patrimonio collettivo trattato come una voce di bilancio qualsiasi, quasi che mezzo milione di pezzi tra tavole, sceneggiature, prime edizioni, periodici, materiali rari e tracce della nostra educazione sentimentale potesse essere spostato in silenzio senza lasciare conseguenze.
Eppure il fumetto, da sempre, ha un rapporto speciale con le resurrezioni. Muore in edicola e rinasce in libreria, perde una collana e trova una ristampa, viene accusato di essere roba minore e poi finisce studiato, citato, collezionato, amato da generazioni che magari non condividono più gli stessi supporti ma continuano a cercare storie disegnate. La rinascita del Museo del Fumetto a Monza, dentro l’ex biblioteca di via Zuccoli, non cancella lo strappo milanese, e sarebbe ingenuo raccontarla come una favola lineare, però apre una traiettoria nuova, più interessante di quanto possa sembrare a una lettura distratta. Il quartiere Cederna non arriva come semplice contenitore alternativo, buono perché disponibile. Arriva come possibilità di ripensare il rapporto tra archivio, territorio e comunità, trasformando uno stabile segnato da abbandono, occupazioni abusive e degrado in una macchina narrativa pubblica, un posto dove le storie non restano chiuse in teche mute ma possono diventare laboratori, incontri, percorsi educativi, esposizioni immersive e occasioni di partecipazione.
Da imagineer, permettetemi la deformazione professionale, gli edifici dismessi hanno sempre un potenziale narrativo fortissimo. Un’ex biblioteca che diventa Museo del Fumetto porta già dentro di sé una continuità simbolica bellissima, quasi sfacciata: libri che lasciano spazio a tavole, scaffali che tornano a ospitare linguaggi, stanze nate per la lettura che ritrovano vita attraverso un’arte sequenziale capace di tenere insieme testo e immagine, parola e ritmo, memoria e spettacolo. La vecchia biblioteca di via Zuccoli potrebbe diventare molto più di una sede sostitutiva. Potrebbe diventare un dispositivo culturale vero, uno di quei luoghi che non si visitano soltanto, ma si abitano mentalmente, perché ogni sala può trasformarsi in una piccola scenografia emotiva, ogni percorso può essere costruito come un viaggio tra epoche, stili, generi, editori, autori, fandom e generazioni di lettori.
Il Comune di Monza ha scelto di considerare di pubblico interesse la proposta avanzata dalla Fondazione Franco Fossati, e questo passaggio, dietro la sua apparente freddezza burocratica, ha un peso enorme. Significa riconoscere al fumetto una dignità urbana, non soltanto museale. Significa immaginare che un quartiere possa crescere anche attraverso le nuvolette parlanti, che la riqualificazione non debba per forza passare da format senz’anima o contenitori culturali intercambiabili, ma da una storia precisa, riconoscibile, amata, con un pubblico reale alle spalle. Gli 850mila euro stanziati per la riqualificazione raccontano una volontà concreta, mentre la quota di partecipazione della Fondazione e il percorso di co-progettazione mostrano una direzione che, pur attraversando avvisi pubblici, tempi tecnici e passaggi formali, sembra orientata a qualcosa di più ambizioso rispetto a una semplice concessione di spazi.
Luigi Bona, dopo mesi che immaginiamo non proprio leggeri, ha parlato di ascolto, sostegno e partecipazione trovati a Monza. Parole semplici, forse persino troppo semplici per descrivere una vicenda che ha dentro rabbia, fatica e ostinazione, ma significative proprio per questo. Chi lavora con gli archivi culturali sa benissimo che il problema raramente riguarda solo l’affitto, le pareti o le utenze. La vera questione è capire se attorno a un progetto esiste una città disposta a riconoscerlo come parte del proprio futuro, non come ospite tollerato. Da questo punto di vista Monza sembra aver intercettato un’occasione rara: non importare un museo già fatto, ma contribuire a una nuova fase della sua identità, lavorando con scuole, consulte, associazioni, famiglie, appassionati, autori, collezionisti e nuove generazioni cresciute tra manga, webcomic, graphic novel, anime, videogiochi narrativi e piattaforme digitali.
Il fumetto oggi non ha più bisogno di dimostrare di essere cultura, almeno non a chi lo conosce davvero. Ha vinto premi, ha invaso le librerie, ha contaminato cinema e serie TV, ha fornito strutture narrative ai blockbuster, ha educato generazioni alla lettura visiva molto prima che qualcuno pronunciasse con solennità la parola transmedialità. Però, diciamocelo tra noi, a livello istituzionale continua spesso a essere trattato come un invitato simpatico da piazzare alle feste, non come un linguaggio cardinale della modernità. Il caso del Museo del Fumetto lo dimostra con una chiarezza quasi crudele: basta una crisi di gestione, un cambio di equilibri, una controversia amministrativa, e un patrimonio enorme rischia di rimanere sospeso, fragile, vulnerabile. La battaglia di Bona e della Fondazione Franco Fossati, letta da fuori, sembra una di quelle storie da editoria eroica italiana, fatte di testardaggine, telefonate, scatoloni, firme raccolte, aste benefiche, artisti che si mobilitano, comunità che prova a non lasciare solo chi custodisce la memoria.
L’asta pensata per sostenere il salvataggio dell’archivio, con opere donate da autori e illustratori, ha avuto infatti un valore che va oltre la raccolta fondi. Ha mostrato una rete viva. Autori che offrono il proprio lavoro per proteggere un luogo della memoria non stanno facendo beneficenza nel senso più banale del termine; stanno difendendo il terreno da cui provengono, o almeno una parte importante di esso. In un Paese bravissimo a celebrare gli artisti dopo, un gesto del genere ha il sapore di una presa di posizione immediata, quasi fisica. Il patrimonio fondamentale resta intoccabile, come deve essere, ma attorno a esso si muove una costellazione di energie che dice molto sul legame tra il Museo del Fumetto, la Fondazione Franco Fossati e chi ha vissuto quel luogo come piattaforma, casa, occasione di incontro, riconoscimento professionale e memoria condivisa.
Monza, a sua volta, si porta a casa una sfida non banale. Perché aprire un museo del fumetto oggi non significa appendere tavole alle pareti e sperare che arrivino i nostalgici con gli occhi lucidi. Quel modello, da solo, non basta più. Un museo contemporaneo dedicato al fumetto deve sapere lavorare su più livelli, dal patrimonio storico alla didattica non pedante, dalla conservazione alla spettacolarizzazione intelligente, dalla mostra temporanea al laboratorio, dall’incontro con l’autore alla relazione con le scuole, dalla tecnologia immersiva alla consultazione archivistica. Deve parlare a chi ha letto il Corriere dei Piccoli, a chi si è formato con Bonelli e Disney, a chi ha scoperto il manga nei primi anni Duemila, a chi oggi divora manhwa su smartphone, a chi guarda anime in simulcast e poi cerca l’opera originale, a chi ha capito tramite graphic novel e webtoon che il fumetto non è un genere ma un linguaggio.
Da appassionato di parchi divertimento e progettazione esperienziale, questa è la parte che mi incuriosisce di più. La promessa di un museo innovativo, tecnologico e immersivo può voler dire tante cose, e non tutte automaticamente buone. L’immersione non nasce mettendo uno schermo grande in una stanza, così come l’interattività non nasce piazzando un touch screen davanti a un visitatore distratto. Un museo del fumetto funziona davvero se riesce a far percepire il ritmo della pagina, la magia dello storyboard, la fatica invisibile del segno, l’evoluzione del personaggio, la relazione tra formato editoriale e immaginario popolare. Funziona se una bambina esce con la voglia di disegnare, se un adolescente capisce che il manga che ama dialoga con decenni di storia visiva, se un adulto ritrova un albo perduto e scopre che quel ricordo non era soltanto nostalgia ma grammatica emotiva. Funziona se il quartiere non lo vive come un corpo estraneo, ma come un luogo da attraversare anche senza sentirsi esperti.
L’assessora alla Cultura Arianna Bettin ha parlato del fumetto come forma artistica popolare, agile, diretta, alta, capace di arricchimento culturale, ricordando anche un dettaglio personale potentissimo: l’aver imparato a leggere attraverso il fumetto. Questa frase, al netto della comunicazione istituzionale, contiene una verità gigantesca. Tanti di noi hanno imparato così. Non solo a leggere le parole, ma a leggere le pause, gli sguardi, i tagli di scena, il non detto tra una vignetta e l’altra. Prima ancora di capire il montaggio cinematografico, avevamo capito il montaggio sequenziale. Prima ancora di ragionare sul character design, riconoscevamo silhouette, costumi, posture. Prima ancora dei social e degli universi condivisi, seguivamo personaggi attraverso albi, speciali, ristampe, crossover, inserti, poster, figurine, giochi, cartoni animati. Il fumetto ci ha addestrati alla cultura pop contemporanea molto prima che la cultura pop diventasse la lingua principale dell’intrattenimento globale.
Milano perde un simbolo, e negarlo sarebbe una forma di rimozione poco elegante. WOW Spazio Fumetto rappresentava un presidio raro, una presenza quasi necessaria in una città che ama raccontarsi come capitale creativa, editoriale, produttiva, internazionale. Vederlo uscire dal perimetro milanese lascia una domanda scomoda, soprattutto per chi ha seguito da vicino la crescita della cultura nerd italiana: perché certi luoghi vengono riconosciuti davvero solo dopo aver rischiato di sparire? Perché il fumetto deve ancora attraversare prove di legittimazione che altri linguaggi sembrano aver superato da tempo? Perché un archivio così importante deve affidarsi a una combinazione di ostinazione, solidarietà e occasione territoriale per continuare a respirare?
Monza, però, non va letta come ripiego. Sarebbe ingeneroso e pure miope. La Brianza culturale ha un tessuto vivo, scuole, associazioni, famiglie, realtà educative, pubblici curiosi, una posizione geografica capace di intercettare Milano senza esserne una semplice appendice. Il quartiere Cederna, attraverso questa operazione, potrebbe guadagnare una centralità imprevista, trasformandosi da zona citata per criticità urbane a punto di attrazione culturale. Questa è la parte più interessante della faccenda: un museo del fumetto può diventare anche uno strumento di rigenerazione, non perché il fumetto “abbellisca” magicamente i problemi, ma perché porta flussi, attività, presenze, laboratori, famiglie, giovani, professionisti, curiosi, turismo culturale e senso di appartenenza. Un parco tematico insegna che lo spazio fisico diventa memorabile solo se costruisce relazione; un museo vivo segue la stessa regola, con mezzi diversi e una responsabilità forse ancora più delicata.
Il trasferimento del Museo del Fumetto a Monza apre allora una fase piena di aspettative, ma anche di responsabilità. Servirà progettare bene, evitare l’effetto deposito nobile, costruire una programmazione capace di alternare grandi mostre e percorsi più intimi, valorizzare il patrimonio della Fondazione Franco Fossati senza trasformarlo in reliquia, creare connessioni con gli autori contemporanei, con gli editori, con le scuole di fumetto, con le fiere, con le biblioteche, con le community online, con quel mondo cosplay e nerd che da sempre porta i personaggi fuori dalla carta e li rimette in circolo tra corpi, costumi, performance, raduni e convention. La sfida vera sarà tenere insieme memoria e futuro, perché un museo dedicato al fumetto che guarda solo indietro rischia di tradire il fumetto stesso, linguaggio mutante per natura, sempre pronto a cambiare formato, pubblico e pelle.
Forse la cosa più bella, a guardarla con lo sguardo un po’ storto di chi ha visto nascere, crescere e talvolta crollare tanti progetti culturali pop in Italia, è che questa vicenda non offre un finale pulito. Non ancora. La delibera di pubblico interesse, lo stanziamento comunale, il percorso di co-progettazione, l’attesa dell’avviso per la gestione dello spazio, la prospettiva dell’accordo definitivo: tutto indica una direzione, ma la storia resta aperta, con quella tensione tipica dei numeri uno ben costruiti, dove capisci che il mondo narrativo esiste, che i personaggi hanno motivazioni forti, che il conflitto non è risolto e che la prossima uscita potrebbe cambiare parecchie cose.
Il Museo del Fumetto a Monza porta con sé la memoria di Milano, la testardaggine della Fondazione Franco Fossati, la visione di Luigi Bona, la scommessa del Comune, l’energia di una comunità che non ha smesso di farsi sentire e un archivio gigantesco che merita una casa all’altezza della sua storia. A noi, che le nuvolette parlanti le abbiamo sempre prese sul serio anche ridendo, resta il compito più semplice e più complicato: seguire questa rinascita, pretendere qualità, partecipare, raccontarla, attraversarla appena aprirà le porte e magari discutere senza filtri su cosa dovrebbe essere oggi un museo del fumetto degno di questo nome. Perché la nuova sede di via Zuccoli potrebbe diventare davvero una bella pagina, ma la matita, in fondo, è ancora sospesa sopra il foglio.
L’articoloIl Museo del Fumetto rinasce a Monza: dallo storico WOW Spazio Fumetto alla nuova sede di via Zuccoliproviene daCorriereNerd.it.


