Basta osservare Júzcar da lontano per avere la sensazione che qualcuno abbia modificato la palette cromatica dell’Andalusia con un comando sbagliato di Photoshop. Tra i boschi e i rilievi della Serranía de Ronda, dove il bianco della calce appartiene al paesaggio quasi quanto gli ulivi e le strade che sembrano disegnate da un level designer particolarmente sadico, appare un piccolo gruppo di case completamente blu. Non una facciata eccentrica, non il vezzo creativo di qualche proprietario: un intero paese. Oggi lo chiamano più prudentemente Pueblo Azul, ma per milioni di persone Júzcar resta il villaggio dei Puffi, una specie di portale fisico verso quell’universo immaginato da Peyo nel 1958 e diventato parte dell’educazione sentimentale di generazioni cresciute davanti alla televisione. Anche della mia, naturalmente, perché noi classe 1981 abbiamo imparato molto presto che dentro un fungo poteva esserci più vita sociale che in parecchi condomini romani.
La trasformazione cominciò nel 2011, attraverso una delle operazioni di marketing territoriale più improbabili e riuscite della cultura pop europea. Sony Pictures cercava un luogo nel quale presentare I Puffi, il film in tecnica mista con Neil Patrick Harris, e un’agenzia pubblicitaria madrilena individuò Júzcar come scenario ideale per la campagna promozionale. Il paese non fu dunque utilizzato come location cinematografica, come spesso si continua a raccontare online, ma divenne il set reale dell’anteprima e della comunicazione legata al film. Le sue dimensioni contenute, l’isolamento tra i boschi e persino la tradizione micologica della zona sembravano già possedere qualcosa della geografia inventata da Peyo. In poche settimane circa 170 edifici, compresi la chiesa e il cimitero, passarono dal tradizionale bianco andaluso al blu Puffo grazie a decine di lavoratori e a migliaia di litri di vernice. Il 16 giugno 2011 Júzcar ospitò la presentazione mondiale del film e, almeno nelle intenzioni iniziali, quella metamorfosi avrebbe dovuto avere la durata di una campagna pubblicitaria: sei mesi, qualche fotografia, il prevedibile ritorno alla normalità.
Chi lavora negli eventi sa però che il pubblico possiede una capacità quasi anarchica di riscrivere i progetti. Possiamo progettare ingressi, scenografie, flussi e photo opportunity con la precisione di una missione di Metal Gear Solid, ma poi arriva la community e decide quale elemento meriti davvero di sopravvivere. Júzcar attirò decine di migliaia di visitatori in pochissimo tempo, riempiendo vicoli che prima conoscevano un turismo decisamente più quieto. Il 18 dicembre 2011 gli abitanti furono chiamati a scegliere attraverso una consultazione popolare: recuperare il bianco originario oppure mantenere il blu. Vinse il blu. Fu una decisione economica, certo, perché negozi, ristoranti e strutture ricettive avevano scoperto una nuova possibilità di sopravvivenza, ma anche culturale. I juzcareños avevano capito che quella tinta non rappresentava più soltanto la promozione di un film: era diventata un’identità condivisa, una storia abbastanza semplice da attraversare frontiere, lingue e generazioni. In seguito il paese accolse murales, statue, animazioni e nuove iniziative legate ai personaggi, arrivando a una media di circa 50.000 visitatori l’anno.
Proprio qui la favola incontra quella parte meno fotogenica dell’entertainment che conosco bene: licenze, contratti, proprietà intellettuale e sostenibilità economica. Una laurea in giurisprudenza non guasta quando si attraversano questi territori, perché l’amore per un personaggio non cancella i diritti di chi lo ha creato e di chi ne amministra legalmente l’immagine. Nel 2017 IMPS, la società incaricata di gestire i diritti dei Puffi, cercò di regolarizzare l’utilizzo commerciale del marchio. L’accordo discusso con il Comune prevedeva prodotti autorizzati e una royalty del 12% sui ricavi delle attività lucrative direttamente legate ai personaggi. Per qualche settimana la situazione sembrò risolta, poi la trattativa si interruppe e dal 15 agosto Júzcar perse l’autorizzazione a presentarsi ufficialmente come “villaggio dei Puffi”. Statue, immagini, murales e riferimenti espliciti dovettero essere rimossi o ripensati. Il blu, invece, rimase: un colore non può essere sfrattato con la stessa facilità di un marchio registrato.
Ridurre Júzcar a una scenografia orfana dei Puffi sarebbe comunque ingiusto. Il paese sorge nel Valle del Genal, immerso in un territorio di castagni, sentieri e paesaggi montani che in autunno assumono tonalità quasi fantasy. La chiesa di Santa Catalina risale al XVI secolo, mentre la Real Fábrica de Hojalata de San Miguel racconta un capitolo sorprendente della storia industriale spagnola: entrata in funzione attorno al 1730, fu tra i primi impianti siderurgici del Paese dedicati alla produzione della latta. Júzcar conserva inoltre un punto di informazione micologica legato ai funghi della regione, dettaglio che sembra scritto da uno sceneggiatore deciso a rendere ancora più insistente il parallelismo con le abitazioni dei piccoli personaggi blu.
La sua vicenda continua a sembrarmi un magnifico caso di imagineering involontario. Un’azione pubblicitaria temporanea ha modificato l’architettura, l’economia e la percezione collettiva di un luogo reale; il fandom ha trasformato una campagna promozionale in una destinazione; il diritto d’autore ha poi separato il colore dal racconto che gli aveva dato significato. Júzcar non è più ufficialmente il villaggio dei Puffi, eppure basta digitare il suo nome per ritrovare subito Grande Puffo, Puffetta e Gargamella tra le pieghe dei risultati. Forse certe storie, una volta adottate dalle persone, non possono essere cancellate completamente nemmeno ridipingendo i murales. Resta allora una domanda da affidare alla nostra community: Júzcar è ancora un luogo dei Puffi oppure è diventata qualcosa di persino più interessante, un paese reale che ha imparato a vivere dentro il ricordo di una finzione?
L’articolo Júzcar, il villaggio blu dell’Andalusia che trasformò i Puffi in un’esperienza reale proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.
