

Play – Festival del Gioco continua a crescere e ormai è impossibile liquidarlo come “la fiera dei giochi da tavolo”. BolognaFiere, per tre giorni, si è trasformata in qualcosa di molto più interessante: un gigantesco ecosistema nerd dove generazioni diverse si sono ritrovate a condividere dadi, miniature, investigazioni, campagne fantasy, deck strategici e discussioni infinite su regolamenti, lore e meccaniche come accadeva anni fa nei negozi specializzati o nelle ludoteche di quartiere, solo moltiplicato per migliaia di persone. E forse è proprio questa la vera magia di Play 2026: aver dimostrato che il gioco analogico non rappresenta una nostalgia di nicchia ma una risposta concreta a un’epoca sempre più dominata da feed automatici, scrolling compulsivo e relazioni filtrate dagli schermi.
La diciassettesima edizione del festival si è chiusa con oltre 35mila visitatori unici e con un incremento ulteriore rispetto al già impressionante risultato del 2025. Numeri che fanno capire chiaramente quanto il settore del board game, dei giochi di ruolo e del tabletop stia vivendo una fase quasi irripetibile in Italia. Basta guardare cosa succede ogni anno online: Kickstarter impazziti per nuovi dungeon crawler, campagne D&D seguite come serie TV, community dedicate ai giochi investigativi che analizzano casi immaginari come fossero detective reali, senza dimenticare il ritorno potentissimo dei trading card game tra adolescenti e adulti cresciuti a pane e Pokémon o Magic. Play intercetta tutto questo e lo porta in uno spazio fisico gigantesco, pieno di tavoli occupati dal mattino alla sera, code davanti agli stand degli editori e gruppi di sconosciuti che dopo cinque minuti stanno già litigando amichevolmente per una mossa sbagliata o un tradimento perfetto in qualche party game sociale.
BolognaFiere, ormai, sembra davvero diventata la casa definitiva della manifestazione. I quattro padiglioni e i 43mila metri quadrati coperti hanno permesso alla fiera di respirare meglio rispetto al passato, soprattutto considerando la quantità impressionante di attività presenti. Oltre tremila tavoli gratuiti hanno ospitato sessioni continue praticamente senza pause, creando quella sensazione stranissima che solo Play riesce a dare: cammini per pochi metri e passi da una battaglia fantasy con miniature dipinte a mano a un laboratorio scientifico per ragazzi, poi ti ritrovi accanto a un gruppo che interpreta investigatori lovecraftiani mentre più avanti qualcuno urla per una carta pescata al momento giusto. Una specie di multiverso nerd analogico dove tutto convive senza stonare.
Quello che però ha dato un’identità precisa a questa edizione è stata la scelta culturale dietro l’hashtag #LaPLAY. Il festival ha deciso di celebrare gli ottant’anni del diritto di voto alle donne in Italia trasformando l’intera manifestazione in un grande spazio di riflessione sul ruolo femminile nell’industria del gioco. E qui bisogna essere sinceri: il mondo nerd, per anni, ha avuto enormi problemi di inclusività. Chiunque abbia frequentato fumetterie, tornei o community online nei primi anni Duemila sa bene quanto certi ambienti fossero chiusi, tossici o semplicemente incapaci di accettare un pubblico diverso dal solito stereotipo del gamer maschio ultra-specializzato. Oggi la situazione sta cambiando e Play 2026 ha voluto renderlo evidente mettendo al centro autrici, game designer e innovatrici che stanno ridefinendo il linguaggio del gioco contemporaneo.
Non si tratta solo di rappresentazione simbolica. Il game design moderno sta vivendo una trasformazione enorme proprio grazie all’arrivo di sensibilità differenti, nuove forme narrative e approcci meno rigidi rispetto al passato. Alcuni dei giochi più interessanti degli ultimi anni hanno abbandonato l’idea della competizione esasperata per esplorare empatia, cooperazione, relazioni sociali, memoria, identità. Temi che fino a qualche tempo fa sembravano lontanissimi dal mondo tabletop e che invece oggi stanno conquistando premi internazionali e community sempre più grandi. Passeggiando tra gli stand di Play si percepiva chiaramente questa evoluzione: meno gatekeeping, più curiosità, più persone disposte a sedersi insieme anche senza conoscersi.
E poi c’è il dato che forse racconta meglio di tutti dove sta andando la manifestazione: la presenza delle scuole. Oltre 1.700 studenti e più di 200 insegnanti arrivati da tutta Italia non sono un dettaglio folkloristico, sono il segnale di un cambiamento culturale enorme. Per anni il gioco è stato trattato come perdita di tempo, qualcosa da “superare” crescendo. Oggi invece docenti, educatori e università stanno riscoprendo il valore educativo del gioco analogico come strumento di socializzazione, problem solving, narrazione condivisa e apprendimento. Vedere classi intere partire da città come Benevento, Campobasso o Fermo per vivere Play come una vera esperienza formativa racconta molto più di qualsiasi slogan pubblicitario.
Andrea Ligabue, direttore artistico della manifestazione, ha parlato apertamente di socialità autentica. Un’espressione che potrebbe sembrare retorica se non fosse che basta entrare in una sala di gioco per capire immediatamente cosa significhi. In un’epoca dominata dalle notifiche e dalle interazioni rapidissime, il gioco da tavolo costringe ancora le persone a guardarsi negli occhi, a parlare, a negoziare, a bluffare, a collaborare. Sembra quasi una tecnologia ribelle contro l’isolamento digitale contemporaneo. E forse il boom di Play nasce anche da questo bisogno collettivo di ritrovare esperienze condivise più lente, più umane, più fisiche.
Curioso pensare che proprio mentre l’intelligenza artificiale invade ogni settore creativo, una delle aree culturali più vive del momento sia quella dei giochi analogici fatti di cartone, dadi, mappe e manuali stampati. Non è una contraddizione, anzi. Probabilmente è una reazione naturale. Più il mondo diventa virtuale, più cresce il desiderio di toccare qualcosa di reale. Sedersi attorno a un tavolo per quattro ore a costruire una storia fantasy o a gestire un impero galattico diventa quasi un atto di resistenza culturale.
Play 2026 ha dimostrato che la cultura nerd italiana non è più relegata ai margini come accadeva vent’anni fa. Oggi muove turismo, formazione, editoria, eventi internazionali e soprattutto community enormi. Bologna, durante il festival, sembrava attraversata da una gigantesca energia collettiva fatta di cosplay improvvisati, shopper piene di manuali, discussioni infinite sulle nuove uscite e tavoli occupati fino all’ultimo minuto disponibile. Un’atmosfera che ricorda certe convention americane viste nei documentari o negli anime slice of life dedicati ai club scolastici e alle passioni condivise, solo con quella spontaneità tipicamente italiana che rende tutto più caotico e forse anche più genuino.
E la sensazione, parlando con editori e associazioni, è che questo sia soltanto l’inizio. Il pubblico continua ad aumentare, le nuove generazioni stanno entrando nel mondo tabletop senza pregiudizi e persino chi arriva dal gaming digitale comincia a riscoprire il fascino del gioco analogico come esperienza sociale totale. Difficile prevedere dove arriverà Play tra qualche anno, ma una cosa appare evidente: il tavolo da gioco è tornato a essere uno dei luoghi più interessanti della cultura pop contemporanea. E a questo punto viene quasi spontaneo chiedersi quale sarà il prossimo passo di questa gigantesca rinascita nerd tutta italiana.
L’articolo Play 2026 fa il bis a BolognaFiere: si è chiusa un’edizione da record e in costante crescita proviene da CorriereNerd.it.














