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12 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Zamperla compie 60 anni: storia, attrazioni iconiche e futuro del Made in Italy nei parchi divertimento

Zamperla compie 60 anni: storia, attrazioni iconiche e futuro del Made in Italy nei parchi divertimento
12 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Sessant’anni, per un’azienda che costruisce macchine capaci di farci perdere per qualche secondo il senso dell’orizzonte, sembrano quasi una misura del tempo sbagliata. Zamperla appartiene a quella categoria piuttosto rara di marchi italiani che moltissime persone hanno incontrato almeno una volta nella vita senza necessariamente sapere di averlo fatto: magari sedendosi su una giostra da bambini, guardando un Disk’O oscillare in una fiera, entrando in un parco dall’altra parte del pianeta o ritrovandosi davanti a una macchina talmente scenografica da diventare essa stessa parte dello skyline. Io, invece, Zamperla ho avuto la fortuna di conoscerla anche dall’altra parte della barriera, quella professionale, collaborando più volte con una realtà che per chi lavora nell’amusement rappresenta qualcosa di molto particolare. Perché progettare divertimento è un mestiere strano. Noi vediamo sorrisi, urla, fotografie, famiglie che salgono e scendono da un’attrazione; dietro quell’esperienza apparentemente immediata lavorano ingegneria, meccanica, design, normativa, manutenzione, capacità produttiva, studio dei flussi e una quantità impressionante di decisioni invisibili. L’immaginazione, da sola, non porta sessantaquattro persone a undici metri d’altezza in sicurezza. L’acciaio, da solo, non crea un ricordo. È nello spazio difficile fra queste due dimensioni che Zamperla ha costruito buona parte della propria identità.

La storia comincia ad Altavilla Vicentina nel 1966 con Antonio Zamperla e possiede già qualcosa di profondamente italiano: una cultura manifatturiera capace di trasformarsi, molto rapidamente, in vocazione internazionale. Dieci anni più tardi l’azienda si affaccia stabilmente sul Nord America, tra Canada e New Jersey; nel 1979 dispone già di uno stabilimento produttivo da duemila metri quadrati e cinquanta dipendenti. Poi arriva uno di quei passaggi che, riletti oggi, spiegano molto meglio di qualsiasi slogan la dimensione raggiunta dal gruppo: nel 1992 Zamperla realizza sette delle dodici attrazioni destinate a Disneyland Paris. Non un parco qualunque, evidentemente, ma uno dei progetti europei più ambiziosi nella storia dell’entertainment tematico. Seguono la struttura asiatica nelle Filippine, Dubai, la Cina, una rete internazionale sempre più articolata e una collaborazione con operatori che comprendono Disney, Universal, Six Flags e Merlin Entertainments. Vista da fuori può sembrare semplicemente la parabola di un’impresa cresciuta bene. Vista dal nostro settore racconta invece qualcosa che conosco fin troppo bene: progettare un’attrazione per un mercato globale significa imparare continuamente lingue diverse senza parlare soltanto di lingue. Cambiano pubblici, abitudini, normative, modelli operativi, aspettative, budget, clima, manutenzione, storytelling. La macchina deve continuare a funzionare dentro mondi completamente differenti. Questa capacità di adattamento, senza perdere riconoscibilità industriale, vale forse più di qualunque record.

Poi arriva Coney Island, e qui la faccenda diventa inevitabilmente più romantica. Nel 2010 Zamperla partecipa alla rinascita del Luna Park sulla leggendaria boardwalk di Brooklyn, uno dei luoghi fondativi dell’immaginario stesso del parco divertimenti. Pensate a quante volte Coney Island è entrata nel cinema, nella fotografia, nei fumetti, nei videoclip, nella memoria visiva americana: recuperare quello spazio significava intervenire su un mito pop, non semplicemente riempire una superficie con nuove rides. Zamperla introduce proprio lì il primo Air Race, attrazione diventata negli anni una delle sue firme più riconoscibili, mentre nel 2014 arriva Thunderbolt, il grande coaster che prende il nome da una storica montagna russa scomparsa e trasforma nuovamente la silhouette della zona. Mi affascina molto questo passaggio perché racchiude una delle contraddizioni più belle dell’imagineering: innovare spesso significa saper dialogare con qualcosa che il pubblico ricorda già. Coney Island non aveva bisogno di sembrare futuristica; aveva bisogno di tornare viva. E un’azienda vicentina si è ritrovata a contribuire alla nuova vita di uno dei simboli più americani che si possano immaginare. Per chi, come me, ha sempre vissuto i parchi come luoghi narrativi prima ancora che come raccolte di attrazioni, è difficile non vedere in questa storia una forma particolarmente riuscita di worldbuilding reale.

Molte icone Zamperla raccontano inoltre un aspetto dell’amusement che il pubblico percepisce istintivamente mentre chi progetta deve studiare con attenzione: una buona attrazione comincia a funzionare molto prima di salirci sopra. Il Discovery ne è un esempio perfetto. Il primo prototipo risale al 2004 e quella grande gondola sospesa a un pendolo, con i passeggeri rivolti verso l’esterno e le gambe libere, è diventata nel tempo una presenza immediatamente leggibile nei parchi, evolvendosi attraverso dimensioni e configurazioni differenti fino alle versioni con rotazione completa. Air Race lavora sullo stesso principio attraverso un linguaggio totalmente diverso: piccoli aeroplani, movimenti acrobatici, inversioni, accelerazioni fino a 3G nelle configurazioni attuali, una coreografia meccanica che intrattiene anche chi resta a terra. Questa seconda audience viene spesso dimenticata parlando di rides, mentre professionalmente la considero fondamentale. Un’attrazione possiede sempre almeno due pubblici: chi la vive e chi la guarda vivere. Se il movimento è leggibile, se la macchina crea attesa, se da lontano produce quella minuscola domanda mentale — “che diavolo stanno facendo lassù?” — allora sta già lavorando sul guest journey. Il miglior entertainment fisico conserva qualcosa del teatro e qualcosa del videogioco: promette una trasformazione, lascia intuire le regole, mette il visitatore nella condizione di desiderare il proprio turno.

La scala raggiunta oggi rende ancora più curioso ricordare quelle origini vicentine. I dati diffusi in occasione dei sessant’anni parlano di oltre 450 collaboratori nel mondo, circa 300 dei quali in Italia, più di cento attrazioni prodotte annualmente e oltre settemila installazioni nei parchi internazionali. E la traiettoria continua a spostarsi. Luna Farm ha rappresentato una riflessione importante sul tema dell’accessibilità, diventando nel 2020 il primo parco italiano progettato per essere completamente accessibile secondo la ricostruzione storica dell’azienda; il rilancio della divisione roller coaster ha portato alla collaborazione con Cedar Point per Top Thrill 2 e, nel 2026, il Double Heart destinato a Lotte World Adventure Busan viene presentato da Zamperla come il più grande compact triple launch coaster al mondo, alto cinquanta metri pur occupando un’impronta relativamente contenuta. Sono evoluzioni che raccontano bene quanto il settore sia cambiato. La vecchia separazione mentale tra “giostra” e “grande attrazione da theme park” ormai serve poco: design del veicolo, engineering, software, tematizzazione, accessibilità, affidabilità operativa, spettacolarità e capacità oraria devono convivere nello stesso progetto. Una ride bellissima che genera problemi ingestibili all’operations resta una cattiva ride. Una macchina impeccabile che non comunica emozione rischia invece di essere soltanto una splendida soluzione ingegneristica. Chi lavora davvero nei parchi impara presto questa lezione, spesso nel modo meno poetico possibile, magari davanti a un cronoprogramma, a una planimetria che non torna o a un problema di portata oraria.

Per questo trovo simbolico che Zamperla abbia scelto di festeggiare i sessant’anni non soltanto guardandosi indietro, ma riunendo ad Altavilla Vicentina clienti internazionali, operatori, fornitori, associazioni, istituzioni e università per ragionare sulla filiera italiana dell’amusement. Circa centocinquanta clienti arrivati dall’estero hanno visitato gli stabilimenti e la giornata si è chiusa con l’anteprima mondiale di Hypnosiz, sviluppata in diciotto mesi: oltre undici metri d’altezza, sessantaquattro passeggeri contemporaneamente e una capacità teorica dichiarata di 650 persone l’ora. Il progetto nasce dall’evoluzione di Nebulaz e promette maggiore spettacolarità insieme a una gestione e manutenzione più semplici. Questo dettaglio mi piace parecchio, forse perché dopo anni trascorsi tra concept, produzioni, attrazioni ed esperienze immersive finisci per diventare meno sensibile alle parole roboanti e molto più interessato alle idee che risolvono problemi veri. Rendere qualcosa più spettacolare migliorandone contemporaneamente l’operatività è progettazione. Aggiungere tecnologia soltanto per poter scrivere “innovativo” in una presentazione è un’altra cosa.

Il mio rapporto con Zamperla passa inevitabilmente anche da qui. Aver avuto l’onore di collaborare più volte con questo brand mi ha permesso di osservare da vicino una cultura industriale che parla una lingua molto vicina alla mia idea di entertainment: immaginare qualcosa che ancora non esiste, certo, ma poi farlo stare in piedi, muovere, funzionare, resistere, essere mantenuto e soprattutto essere vissuto da persone vere. Da creativo continuo ad amare concept art, storytelling, mondi impossibili e quella fase quasi irresponsabilmente meravigliosa in cui un progetto può ancora diventare qualsiasi cosa; da professionista ho imparato che la vera magia comincia poco dopo, quando quell’idea deve affrontare fisica, budget, sicurezza, produzione e realtà senza perdere l’emozione iniziale. Zamperla lavora da sessant’anni precisamente dentro quella frizione. Forse è anche per questo che molte sue creazioni finiscono nei nostri ricordi senza che ricordiamo il nome del costruttore: il visitatore non dovrebbe pensare al produttore mentre sta volando, oscillando o ridendo con suo figlio. Dovrebbe vivere quel momento.

Eppure adesso che quei sessant’anni sono diventati un numero tondo vale la pena fermarsi mezzo secondo davanti alla targa del costruttore, magari alla prossima fiera o durante la prossima giornata in un parco, e guardarla diversamente. Dietro potrebbe esserci Altavilla Vicentina. Potrebbe esserci una famiglia arrivata alla terza generazione, potrebbe esserci un pezzo della rinascita di Coney Island, un aeroplano di Air Race che ci ha capovolti anni fa, una ride Disney sulla quale siamo saliti senza conoscere la sua provenienza o qualcosa che deve ancora essere assemblato e che domani diventerà il ricordo d’infanzia di qualcun altro. Io continuo a pensare che il bello dell’amusement sia soprattutto questo: costruiamo macchine enormi perché possano generare ricordi piccolissimi e personali. Su quelli, molto più che sull’acciaio, si misura davvero la durata di un’attrazione. E sono curioso di sapere quante volte Zamperla sia già entrata anche nella vostra storia senza che ve ne foste mai accorti.

 

L’articolo Zamperla compie 60 anni: storia, attrazioni iconiche e futuro del Made in Italy nei parchi divertimento proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

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