A un certo punto ti rendi conto che alcune icone non appartengono solo al cinema, ma a una specie di memoria condivisa che ti porti dietro senza nemmeno sapere da dove sia iniziata davvero. Per me Bud Spencer è esattamente questo: non un attore, non un personaggio, ma una presenza. Una di quelle che ti hanno accompagnato nei pomeriggi davanti alla TV, tra una replica su Italia 1 e quelle maratone infinite che sembravano non finire mai, dove ogni scazzottata era coreografia pura e ogni silenzio pesava quanto una battuta perfetta.
E ora immagina di prendere tutto questo immaginario e trasformarlo in qualcosa di fisico, tangibile, quasi videoludico. Un luogo dove entri e non sei più spettatore ma player, dentro una mappa costruita su quell’universo fatto di pugni che non fanno male, padellate epiche e piatti di fagioli grandi quanto un sogno di provincia. Succede a Cinecittà World, che a fine giugno diventa letteralmente un portale temporale aperto su quel tipo di cinema che oggi sembra impossibile da replicare.
Dal 26 al 28 giugno 2026 non è solo un evento, è una specie di raduno globale, una boss fight emotiva contro il tempo che passa. Dieci anni dalla scomparsa di Bud Spencer diventano la scusa perfetta per rimettere insieme pezzi di mondo sparsi: fan che arrivano da ogni angolo del pianeta, generazioni diverse che si riconoscono al volo, senza bisogno di spiegazioni, come succede tra gamer che parlano la stessa lingua anche senza conoscersi.
La cosa che colpisce davvero è il modo in cui tutto viene costruito. Non come una celebrazione statica, da museo, ma come una esperienza viva, quasi sandbox. Cammini e ti trovi davanti le auto originali dei film, quelle che hai visto ribaltarsi, sgommare, inseguire cattivi improbabili, e per un attimo hai quella sensazione strana di déjà vu digitale, come se stessi attraversando una cutscene diventata reale. E poi intorno succede di tutto, tra giochi, sfide, piccoli momenti di caos controllato che sembrano usciti da una side quest di un open world anni ’70, solo che qui non c’è nessun HUD a dirti cosa fare, sei tu che scegli come viverla.
Dietro le quinte, ma neanche troppo, si sente forte la presenza di Giuseppe Pedersoli, che non si limita a custodire un’eredità, ma la riattiva, la aggiorna, la rimette in circolo come farebbe uno sviluppatore con una IP leggendaria. E il coinvolgimento degli organizzatori del festival tedesco dedicato a Bud e Terence Hill aggiunge quel layer internazionale che trasforma tutto in qualcosa di ancora più grande, quasi transmediale.
Poi arriva il momento in cui capisci che non sei lì solo per guardare. Sei lì per sentire. Lo show western “Lo chiamavano Gentleman” non è solo uno spettacolo, è una dichiarazione d’amore a un certo tipo di racconto, quello fatto di tempi lenti, sguardi lunghi e improvvise esplosioni di ironia fisica. Intorno, le esibizioni degli stuntman sembrano uscite da un engine di fisica volutamente esagerato, con corpi che volano, cadono, si rialzano sempre, perché in quel mondo nessuno resta davvero a terra.
E poi succede quella cosa che ti spiazza più di tutto: la musica. Perché appena partono gli Oliver Onions capisci che sei fregato. Quelle note non le ascolti, le riconosci. Sono già dentro di te, salvate da qualche parte tra l’infanzia e il primo contatto con il concetto di “film cult”. E cantarle insieme a centinaia, migliaia di persone, diventa qualcosa di quasi rituale, una specie di raid collettivo dove l’obiettivo non è vincere ma ricordare.
Intorno a questo, il caos organizzato continua: coltelli che volano nelle esibizioni di Trinity Marcel, inseguimenti con auto della polizia che sembrano usciti da un loop infinito, wrestling trasformato in spettacolo ironico con quella vibe da “Slap Mania” che sembra una modalità alternativa sbloccata all’ultimo livello. Tutto funziona perché non si prende mai troppo sul serio, esattamente come facevano quei film.
E in mezzo a tutto questo, senza bisogno di dirlo esplicitamente, resta quella sensazione calda e familiare che solo certe storie sanno lasciare. Quel tipo di cinema dove i buoni vincono sempre, ma non perché sono perfetti, piuttosto perché sono umani, imperfetti, giganteschi e gentili allo stesso tempo. Bud Spencer incarnava esattamente questo, e forse è per questo che ancora oggi riesce a mettere insieme persone così diverse senza sforzo.
Alla fine ti ritrovi a camminare tra le luci del parco con una specie di sorriso stupido stampato in faccia, quello che ti viene solo dopo aver vissuto qualcosa che non sapevi nemmeno di aver bisogno. E mentre esci, con ancora in testa quelle musiche e quelle immagini, la sensazione è che questo tipo di eventi non serva solo a ricordare il passato, ma a capire quanto certi immaginari siano ancora vivi, pronti a essere riscoperti, remixati, magari anche reinventati in modi che oggi non immaginiamo nemmeno.
E la vera domanda, a quel punto, non è nemmeno se vale la pena andarci. È capire quanti di noi sono pronti a rimettersi lì, anche solo per un weekend, a vivere un mondo dove una scazzottata può essere un gesto d’affetto e una risata può ancora sembrare la cosa più potente del mondo.
L’articolo Bud Spencer Tribute 2026 a Cinecittà World: il raduno epico tra scazzottate, musica e nostalgia cult proviene da CorriereNerd.it.



