
Una montagna russa può sembrare l’esatto contrario di un oggetto industriale italiano. Pensiamo alla Germania se parliamo di meccanica, agli Stati Uniti se immaginiamo giganteschi theme park, al Giappone se vogliamo tecnologia e precisione quasi ossessiva. Poi si entra dietro le quinte di questo mestiere, si comincia a leggere la targhetta del costruttore su una giostra incontrata magari dall’altra parte del pianeta e spunta un nome italiano. Vicenza, Reggio Emilia, Rovigo, Bergantino, Melara. Posti che difficilmente finiscono nelle fotografie patinate delle vacanze a Orlando o Dubai, eppure una parte sorprendente dell’industria mondiale dell’amusement passa da qui. Macchine gigantesche, sistemi di movimento, coaster, dark ride, autoscontri, torri, attrazioni acquatiche, simulatori e piattaforme interattive nascono da quella combinazione molto italiana di officina, ingegneria, intuito e capacità di risolvere problemi che, vista da vicino, ricorda più il lavoro di un imagineer che una semplice catena produttiva. E i numeri ormai rendono difficile continuare a considerare i parchi divertimento una curiosa appendice del turismo nazionale: secondo AssoParchi, il comparto italiano muove un indotto stimato attorno agli 8 miliardi di euro, coinvolge decine di migliaia di lavoratori e investe ogni anno circa 100 milioni di euro nell’innovazione. I dati SIAE relativi al 2025 registrano 20.644.866 ingressi e oltre 306 milioni di euro spesi soltanto per i biglietti, dopo un 2024 particolarmente forte; considerando ospitalità, ristorazione, trasporti, commercio e servizi, quella giornata passata tra coaster e splash ride assume una dimensione economica molto diversa da quella suggerita dal semplice tornello d’ingresso.
Chi lavora nell’entertainment lo scopre abbastanza presto: una giostra non è mai soltanto una giostra. Dietro quei novanta secondi nei quali un ospite urla, ride, perde per qualche istante l’orientamento e poi cerca immediatamente lo smartphone per raccontarlo agli amici stanno mesi o anni di progettazione, calcoli strutturali, design, software, componentistica, verifiche, normative, prototipi, tematizzazione e manutenzione. Il pubblico vede l’effetto finale, esattamente come al cinema vede il dinosauro e non le riunioni di produzione che lo hanno portato sullo schermo. La differenza è che qui sopra quel dinosauro dobbiamo pure far salire sessanta persone alla volta. Zamperla rappresenta probabilmente il simbolo più riconoscibile di questa scuola italiana: fondata nel 1966 e arrivata nel 2026 al sessantesimo anniversario, l’azienda di Altavilla Vicentina conta oltre 450 collaboratori nel mondo, circa 300 in Italia, produce più di cento attrazioni ogni anno e ha superato le 7.000 installazioni internazionali. Solo nel 2025 ha lavorato con 1.242 fornitori per 67 milioni di euro di acquisti, l’85% destinato ad aziende italiane; RaiNews segnala inoltre che il 69% degli acquisti ha interessato realtà venete. È una fotografia particolarmente efficace di cosa significhi davvero parlare di filiera: dietro il marchio riconoscibile esiste un ecosistema di carpenterie, elettronica, automazione, progettazione, materiali, lavorazioni specialistiche e servizi che rimane profondamente legato al territorio pur lavorando su scala globale.
Il compleanno di Zamperla ha regalato anche un’immagine piuttosto perfetta del momento che sta attraversando l’amusement italiano. Ad Altavilla Vicentina, il 12 settembre 2026, davanti a operatori e clienti arrivati da diversi Paesi, l’azienda ha presentato Hypnosiz, evoluzione della piattaforma Nebulaz sviluppata in circa diciotto mesi: oltre undici metri d’altezza, 64 passeggeri per ciclo e una capacità teorica dichiarata di 650 persone l’ora. Potremmo fermarci alla scheda tecnica, ma sarebbe perdere la parte più interessante. Il progetto nasce cercando contemporaneamente maggiore spettacolarità e una gestione più semplice della macchina, quindi lavora su quell’equilibrio che chi progetta attrazioni conosce fin troppo bene: l’effetto “wow” deve convivere con affidabilità, capacità oraria, manutenzione, costi operativi e facilità d’esercizio. È qui che l’immagine romantica dell’inventore di giostre incontra l’industria contemporanea. Un’attrazione può sembrare follia organizzata agli occhi del visitatore; dietro quella follia deve esserci invece una quantità quasi maniacale di controllo.
Zamperla, però, racconta soltanto una parte della storia. Il distretto italiano dell’amusement è cresciuto attraverso aziende familiari che hanno trasformato mestieri legati allo spettacolo viaggiante in imprese capaci di esportare tecnologia e creatività. IE Park-SOLI ha costruito la propria identità intorno ad autoscontri, coaster e attrazioni tradizionali; Preston & Barbieri ha portato avanti un catalogo che spazia dagli autoscontri alle attrazioni acquatiche e interattive; Bertazzon 3B continua a custodire quella dimensione quasi artigianale della giostra classica, dove decorazione, carrozzeria e personalizzazione fanno ancora parte del carattere della macchina; Fabbri Rides appartiene alla memoria visiva di intere generazioni grazie a famiglie di attrazioni diventate familiari nei luna park, dai Booster alle torri; SBF Visa ha costruito un’offerta enorme dedicata soprattutto al mercato family; Technical Park si muove fra grandi ride, coaster e installazioni destinate al mercato internazionale; Park Solution, spostando il baricentro verso simulatori, cinema multisensoriali e attrazioni digitali, mostra invece quanto il concetto stesso di “giostra” abbia smesso da tempo di coincidere esclusivamente con ferro, motori e rotazioni. È una genealogia strana e bellissima, perché parte dalle fiere e dallo spettacolo viaggiante e arriva a software, realtà virtuale, motion platform, storytelling e sistemi interattivi. Il passaggio non ha cancellato l’officina: l’ha resa più complessa.
A rendere il Veneto particolarmente interessante non è soltanto la presenza di aziende produttrici. La regione concentra anche una parte rilevantissima della domanda italiana: i dati SIAE 2025 richiamati da AssoParchi attribuiscono al Veneto il 35,4% della spesa nazionale relativa ai parchi divertimento. Il dato del 34% diffuso precedentemente sulla base dei risultati 2024 raccontava già la stessa tendenza, insieme alla forza dei grandi poli del Garda e del litorale veneziano. Meglio però non trasformare percentuali riferite alla spesa al botteghino in percentuali dell’intero indotto turistico: sono grandezze differenti, e proprio la crescita del settore merita numeri letti con una certa attenzione. Rimane evidente una concentrazione territoriale difficilmente casuale: produttori, operatori, competenze tecniche e destinazioni turistiche convivono a distanze relativamente ridotte, creando una specie di distretto della meraviglia industriale che raramente viene raccontato con lo stesso orgoglio riservato alla Motor Valley o ai grandi poli italiani del design.
Forse il passaggio culturale più importante riguarda però il modo in cui stiamo imparando a misurare un parco. Per decenni il ragionamento è stato quasi inevitabilmente legato a ingressi, capacità delle attrazioni e biglietteria; oggi il valore si sposta sempre di più sull’esperienza complessiva. Luciano Pareschi, presidente di AssoParchi, ha parlato apertamente di parchi come driver capaci di generare flussi turistici e sistemi economici integrati, sottolineando quanto il visitatore contemporaneo cerchi ambientazioni immersive, accoglienza, ristorazione, servizi, tecnologia e sostenibilità oltre alla singola attrazione. È una trasformazione che chi frequenta il settore vede da anni: il coaster rimane potentissimo, certo, ma sempre più spesso funziona dentro un racconto più grande. Disneyland lo aveva intuito decenni fa, Universal ha estremizzato questo principio costruendo mondi nei quali attraversare la soglia conta quasi quanto salire sulla ride, e ormai anche strutture molto più piccole ragionano in termini di guest journey, permanenza, stagionalità, Halloween, Natale, food experience, merchandising e contenuti condivisibili. Il parco smette così di essere una collezione di macchine e diventa una destinazione. AssoParchi censisce più di quattrocento strutture considerando parchi tematici, acquatici, faunistici e avventura, mentre i dati SIAE 2025 segnalano 295 impianti attivi nel perimetro statistico considerato, distribuiti in 243 comuni: anche qui, per capire davvero il fenomeno, bisogna osservare cosa misura ciascun dato prima di confrontarlo con un altro.
Proprio per questo suona sempre più anacronistico continuare a trattare l’amusement italiano come un settore laterale, buono soprattutto per le cronache estive. AssoParchi stima 25-30 mila addetti diretti tra occupazione stabile e stagionale e almeno 60 mila lavoratori considerando l’indotto, mentre il dibattito aperto dall’associazione riguarda ormai temi molto concreti: riconoscimento istituzionale, investimenti, distribuzione internazionale dei biglietti e norme pensate per altri segmenti dello spettacolo che, secondo l’associazione, limiterebbero l’accesso dei parchi italiani alle grandi piattaforme digitali globali. È un tema meno spettacolare di Hypnosiz ma forse altrettanto decisivo. Un turista che organizza un viaggio attraverso una OTA, un motore di ricerca o sempre più spesso un assistente basato sull’intelligenza artificiale può scoprire una destinazione, confrontarla e acquistarla senza conoscere in anticipo il territorio; rimanere fuori da quei percorsi significa perdere una parte crescente della domanda internazionale. L’entertainment non compete più soltanto con il parco a cento chilometri di distanza. Compete con qualunque esperienza possa occupare una giornata delle nostre vacanze.
La parte che continuo a trovare più affascinante resta comunque quella meno visibile. Da appassionati siamo abituati a discutere del coaster più veloce, della dark ride più immersiva, delle scenografie Disney o della nuova area Universal quasi fossero oggetti atterrati da qualche pianeta dell’immaginazione. Dietro molte di quelle esperienze passano invece competenze che appartengono anche alla manifattura italiana, a famiglie che costruiscono attrazioni da generazioni, a ingegneri, saldatori, designer, programmatori e tecnici cresciuti in territori dove la giostra non rappresenta soltanto una domenica pomeriggio con lo zucchero filato. È un mestiere. Un’industria. E contemporaneamente rimane una forma curiosissima di costruzione dei ricordi, perché alla fine tutte quelle tonnellate di acciaio, quei calcoli, quei motori e quei milioni investiti servono a ottenere qualcosa di tremendamente immateriale: pochi secondi nei quali qualcuno alza le braccia, urla e torna bambino. Forse dovremmo cominciare a guardare più spesso le targhette sulle attrazioni dei parchi che visitiamo. Potremmo scoprire che una parte di quel futuro dell’entertainment internazionale, sorprendentemente, parla ancora italiano.
L’articolo Parchi divertimento Made in Italy: un’industria da 8 miliardi che conquista il mondo proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.


