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22 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

George Lucas dice addio per sempre a Star Wars: il Maestro che insegnò alla Forza a raccontare storie

George Lucas dice addio per sempre a Star Wars: il Maestro che insegnò alla Forza a raccontare storie
22 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

George Lucas ha passato buona parte della propria vita a costruire mondi, ma a 82 anni ha finito per scegliere qualcosa di apparentemente ancora più complicato: costruire un luogo destinato a conservarli, mescolarli e raccontare perché abbiamo bisogno delle storie. L’immagine sarebbe già abbastanza potente senza tirare in ballo tramonti gemelli, Jedi in esilio o altre metafore che noi fan di Star Wars sappiamo evocare praticamente a comando. Stavolta, però, il parallelo viene quasi naturale. Durante una lunga conversazione con Norah O’Donnell per CBS Sunday Morning, realizzata insieme alla moglie Mellody Hobson in occasione dell’apertura del Lucas Museum of Narrative Art di Los Angeles, il regista ha spiegato che ritirarsi dal cinema significò anche rinunciare a qualcosa di enorme: aveva ancora tre film di Star Wars da realizzare. Il tempo, semplicemente, non sarebbe bastato per fare tutto.

George Lucas ha davvero lasciato il cinema per rinunciare a tre nuovi Star Wars?

La frase pronunciata da Lucas merita attenzione proprio perché arriva senza fanfare da convention. Ha ricordato che decidere di smettere di fare film fu «a big deal», una scelta enorme, perché davanti a sé immaginava ancora tre capitoli di Star Wars. Poi è entrato in gioco un avversario contro il quale neppure Industrial Light & Magic può inventarsi un nuovo effetto speciale: il tempo. Lucas oggi ha 82 anni e ha raccontato di aver capito che avrebbe dovuto scegliere a cosa dedicare gli anni successivi. Da una parte un’altra trilogia, dunque probabilmente quasi un decennio di sviluppo, produzione e quella forma di controllo creativo maniacale che ha sempre caratterizzato il suo lavoro; dall’altra il museo che desiderava costruire da anni. Ha scelto il secondo.

Parlare di “addio a Star Wars”, comunque, rischia di semplificare troppo. Lucas aveva già compiuto il vero strappo industriale nel 2012 vendendo Lucasfilm a Disney, mentre La vendetta dei Sith, uscito nel 2005, resta il suo ultimo lungometraggio diretto. Più che assistere oggi a un improvviso divorzio dalla galassia lontana lontana, stiamo vedendo Lucas raccontare con maggiore chiarezza la decisione che prese allora: avrebbe potuto continuare a vivere dentro quella macchina narrativa gigantesca oppure usare il proprio tempo per qualcosa di diverso. E conoscendo le dimensioni raggiunte da Star Wars, “qualcosa di diverso” doveva necessariamente essere piuttosto folle.

Come sarebbero stati gli Episodi VII, VIII e IX di George Lucas?

Qui comincia inevitabilmente il gioco preferito del fandom: aprire la timeline alternativa. I tre film di Lucas non corrispondevano infatti alla trilogia sequel arrivata nelle sale con Il risveglio della Forza, Gli ultimi Jedi e L’ascesa di Skywalker. Prima della vendita di Lucasfilm il creatore della saga aveva sviluppato propri trattamenti per gli Episodi VII, VIII e IX, ma quelle idee non diventarono la base definitiva dei film Disney. Le diverse ricostruzioni emerse negli anni mostrano inoltre un progetto tutt’altro che congelato: Luke Skywalker, Leia, una nuova generazione Jedi, il vuoto politico lasciato dalla caduta dell’Impero, Darth Maul e Darth Talon compaiono in differenti versioni delle idee sviluppate da Lucas, mentre un’altra direzione avrebbe approfondito persino i Whills e la dimensione microbiotica collegata alla Forza. Non esiste quindi una fantomatica “trilogia perduta” pronta da girare nascosta dentro un hard disk dello Skywalker Ranch; esistono idee, trattamenti e successive evoluzioni di un progetto mai arrivato alla fase definitiva.

Da fan, naturalmente, è impossibile non fantasticarci sopra. Soprattutto perché Lucas ha sempre avuto un rapporto curioso con il proprio pubblico: capace di regalarci archetipi diventati linguaggio comune e, cinque minuti dopo, di prendere una decisione narrativa destinata a incendiare forum, fumetterie e tavoli delle convention per vent’anni. Pensare a una trilogia sequel completamente sua non significa immaginare automaticamente tre capolavori perduti. Significa piuttosto domandarsi quale sarebbe stata l’ultima evoluzione della sua idea di Star Wars, quella strana miscela di Joseph Campbell, serial cinematografici, samurai, western, spiritualità orientale, hot rod, tecnologia e merchandising che nessun algoritmo può davvero separare nei suoi ingredienti originali.

George Lucas è davvero diventato estraneo a Star Wars?

La tentazione di raccontarlo come un Obi-Wan ritirato nel deserto è fortissima, ma la realtà è meno melodrammatica e, secondo me, molto più interessante. Lucas non possiede più Lucasfilm dal 2012 e non governa creativamente il franchise contemporaneo, però Star Wars continua inevitabilmente a essere parte della sua biografia culturale. Il recente The Mandalorian and Grogu, arrivato nel 2026 e ormai disponibile anche in digitale e su Disney+, dimostra quanto quella galassia possa continuare a evolversi senza il controllo quotidiano del suo autore originario.

È successo qualcosa che fumetti e superhero universe conoscono da sempre: a un certo punto il mondo narrativo diventa più grande del proprio creatore. Batman sopravvive a Bob Kane e Bill Finger, Spider-Man attraversa generazioni di sceneggiatori e disegnatori, Doctor Who cambia volto letteralmente, mentre franchise videoludici nati dalla visione di pochi autori finiscono per trasformarsi in ecosistemi da centinaia di sviluppatori. Star Wars ormai appartiene a quella categoria culturale. Lucas rimane l’origine della mitologia, non il suo amministratore quotidiano.

Ed eviterei anche l’idea facile secondo cui tutto ciò che è venuto dopo sarebbe una “Forza trasformata in algoritmo”. Sarebbe una frase efficace, certo, ma troppo comoda. L’era Disney ha prodotto opere divisive, scelte industriali discutibili e momenti narrativi che hanno spaccato il fandom, ma ha anche generato esperimenti molto differenti fra loro, da Andor all’universo costruito attorno a The Mandalorian. La questione interessante non è stabilire se la galassia sia migliore o peggiore senza Lucas. È capire che cosa accade a una mitologia pop quando il suo autore smette di controllarla e milioni di spettatori continuano comunque a usarla per raccontare sé stessi.

Perché il Lucas Museum of Narrative Art è così importante per capire George Lucas?

Visitando idealmente il museo attraverso le prime immagini e il programma inaugurale, una cosa appare subito evidente: non è un museo di Star Wars. Lucas stesso lo ha ribadito alla CBS e Mellody Hobson ha spiegato che il materiale legato alla saga rappresenta circa il sette per cento dell’arte presente nell’istituzione. Il Lucas Museum of Narrative Art ha aperto ufficialmente al pubblico il 22 settembre 2026 a Exposition Park, Los Angeles: un edificio di circa 300.000 piedi quadrati, progettato da Ma Yansong con MAD e Stantec, inserito in un campus verde di tredici acri e con oltre 100.000 piedi quadrati dedicati alle gallerie. Le esposizioni inaugurali raccolgono più di 1.300 opere attraverso pittura, illustrazione, fotografia, fumetto e cinema.

La cosa che mi affascina, soprattutto lavorando da anni tra entertainment, esperienze immersive e cultura pop, è il cambio di scala del progetto. Lucas non sta semplicemente esponendo memorabilia. Sta trasformando la propria ossessione per lo storytelling in architettura, percorso, collezione, spazio pubblico. È quasi imagineering applicato alla memoria culturale: non costruire un’altra storia, ma creare un ambiente nel quale storie provenienti da epoche e linguaggi lontanissimi possano dialogare fra loro.

Naturalmente Star Wars mantiene uno spazio speciale. L’esposizione inaugurale Star Wars in Motion utilizza concept, costumi, veicoli e oggetti provenienti dai primi sei film per raccontare il movimento cinematografico, dal Landspeeder di Luke alla Wheel Bike del generale Grievous. E questa scelta mi sembra molto più lucasiana di una semplice sala piena di reliquie da fotografare: gli oggetti vengono utilizzati per discutere il linguaggio delle immagini e il modo in cui il cinema produce la sensazione del movimento.

Il museo è allora l’ultima grande opera di George Lucas?

Forse definirla “ultima” sarebbe proprio l’errore che Lucas ci inviterebbe a non commettere, ma sicuramente appare come uno dei progetti capaci di riassumere meglio la sua traiettoria. Prima ancora di Darth Vader, Lucas era ossessionato dall’immagine e dalla tecnologia. THX 1138, American Graffiti, il sistema di montaggio digitale EditDroid, Industrial Light & Magic, THX, Pixar nata dalle fondamenta della divisione informatica di Lucasfilm: guardando indietro, il regista di Star Wars sembra quasi soltanto una delle sue molte identità. La frase pronunciata nell’intervista CBS, secondo cui tutta l’arte dipende dalla tecnologia, racconta molto di più di quanto sembri.

Chiunque abbia lavorato seriamente con attrazioni, exhibit o installazioni sa quanto sia ironica anche un’altra idea emersa intorno al progetto: costruire un museo può essere perfino più complicato che realizzare un film. Un film, per quanto enorme, conduce lo spettatore attraverso un montaggio deciso dal regista; uno spazio fisico deve convivere con persone che camminano dove vogliono, si fermano davanti all’opera imprevista, saltano una sala, tornano indietro, fotografano dettagli, cambiano percorso. Il visitatore prende una parte del controllo che nel cinema appartiene al filmmaker. Per un autore noto anche per la propria esigenza di controllo, deve essere stata un’avventura quasi comica.

George Lucas si è davvero congedato dalla sua galassia?

La risposta più affascinante potrebbe essere che non ne ha bisogno. Ha smesso di dirigere film, ha venduto Lucasfilm, ha lasciato ad altri il compito di espandere Star Wars e ha rinunciato alla propria trilogia sequel. Però il museo appena inaugurato dimostra quanto poco il suo immaginario sia davvero uscito di scena. Anzi, forse Lucas sta facendo qualcosa di molto coerente con ciò che raccontava già nel 1977: prendere miti precedenti, immagini popolari, fumetti, pittura, cinema, illustrazione e tecnologia, mescolarli e permettere a una nuova generazione di costruirci sopra qualcos’altro.

Da ragazzini volevamo sapere che cosa sarebbe successo dopo Il ritorno dello Jedi. Poi abbiamo passato anni a discutere i prequel, altri anni a litigare sulla trilogia sequel, e probabilmente continueremo a farlo ancora durante fiere, convention e serate terminate troppo tardi davanti a un tavolo pieno di action figure. Lucas, nel frattempo, sembra aver spostato la domanda altrove: non più “come continua Star Wars?”, ma “perché gli esseri umani continuano a raccontarsi storie?”.

Forse è questo il vero epilogo lucasiano. Oppure soltanto un altro cambio di scena. E conoscendo la capacità della cultura nerd di trasformare qualsiasi finale in un nuovo punto di partenza, direi che abbiamo parecchio di cui discutere: fateci sapere che cosa avreste voluto vedere nella trilogia sequel immaginata da George Lucas e continuate la conversazione con la community di CorriereNerd.it su Facebook, nel gruppo Facebook, su Instagram, YouTube, X, Telegram e LinkedIn. Perché la domanda, quarantanove anni dopo il primo viaggio sul Millennium Falcon, resta irresistibile: voi avreste voluto vedere gli Episodi VII, VIII e IX di George Lucas?

L’articolo George Lucas dice addio per sempre a Star Wars: il Maestro che insegnò alla Forza a raccontare storie proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

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