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23 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Lucas Museum of Narrative Art: apre a Los Angeles il museo di George Lucas tra Star Wars, fumetti e arte

Lucas Museum of Narrative Art: apre a Los Angeles il museo di George Lucas tra Star Wars, fumetti e arte
23 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

A prima vista potrebbe sembrare il sogno definitivo di qualsiasi fan di Star Wars: George Lucas apre un museo gigantesco a Los Angeles, dentro trovi R2-D2, concept art, costumi, veicoli e oggetti provenienti dalla galassia lontana lontana, quindi parte immediatamente quella vocina nerd che suggerisce di prenotare un volo per la California. Solo che il Lucas Museum of Narrative Art, inaugurato al pubblico il 22 settembre 2026 a Exposition Park, è molto più interessante proprio perché rifiuta di trasformarsi nel mausoleo celebrativo del creatore di Darth Vader. George Lucas e Mellody Hobson hanno costruito qualcosa di decisamente più ambizioso: un museo dedicato al modo in cui gli esseri umani raccontano storie attraverso le immagini, facendo convivere pittura, illustrazione, fumetto, fotografia, cinema e cultura pop senza quella vecchia ansia di stabilire quale linguaggio meriti davvero la parola “arte”.

Che cos’è davvero il Lucas Museum of Narrative Art?

Definirlo semplicemente “il museo di George Lucas” sarebbe comodo, ma anche parecchio riduttivo. Il progetto nasce dalla collezione costruita per decenni da Lucas e Hobson attorno all’idea che lo storytelling visivo sia un linguaggio universale, capace di attraversare epoche, culture e supporti. La collezione permanente supera le 40.000 opere e l’allestimento inaugurale porta nelle gallerie più di 1.200 oggetti, mescolando senza complessi d’inferiorità Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo, Norman Rockwell, Robert Colescott, Frank Frazetta e Robert Crumb. Per noi cresciuti assistendo alle infinite discussioni sul fumetto “che deve ancora essere riconosciuto come arte”, questa impostazione ha quasi il sapore di una piccola rivincita culturale. Una splash page, un’illustrazione fantasy, un dipinto o un fotogramma non sono la stessa cosa, ovviamente, ma possono essere studiati come differenti incarnazioni dello stesso impulso umano: trasformare un’immagine in racconto.

Quanto è grande il museo di George Lucas?

Parliamo di un edificio da circa 300.000 piedi quadrati, poco meno di 28.000 metri quadrati, progettato da Ma Yansong di MAD Architects con Stantec, con circa 100.000 piedi quadrati di spazio espositivo, oltre 9.000 metri quadrati, distribuiti in più di trenta gallerie. La scala conta, ma personalmente trovo più affascinante il principio progettuale: l’architettura non sembra voler funzionare come semplice contenitore neutro. Ha una forma organica, quasi fantascientifica, che vista dall’esterno potrebbe tranquillamente far partire una discussione su Coruscant, Cloud City o qualche concept mai arrivato sullo schermo. Attorno, il paesaggio progettato da Mia Lehrer e Studio-MLA trasforma una porzione di Exposition Park in spazio pubblico e giardini, facendo cominciare l’esperienza prima ancora della prima teca. Da appassionato di parchi tematici e progettazione immersiva, è uno degli aspetti che mi incuriosiscono di più: la visita non parte dal biglietto strappato all’ingresso, parte dall’avvicinamento.

Quindi il Lucas Museum è un museo di Star Wars?

Fortunatamente no, e lo dico da persona che probabilmente potrebbe discutere per ore della forma corretta di un caccia TIE. Star Wars occupa comunque uno spazio importante attraverso i Lucas Archives, nati nel 1983 a Skywalker Ranch e donati al progetto museale nel 2013. Raccolgono props, costumi, artwork e materiali creativi provenienti da oltre quarant’anni di produzioni Lucasfilm, compresi i primi sei episodi di Star Wars, i primi quattro Indiana Jones, Willow, Howard the Duck, Red Tails e altri titoli. L’esposizione inaugurale Star Wars in Motion usa veicoli, costumi, concept e oggetti di scena per raccontare soprattutto il design del movimento nella saga, passando dal Landspeeder di Luke alla Wheel Bike del Generale Grievous. La parte intrigante non è quindi soltanto trovarsi davanti a un oggetto riconoscibile e pensare “oddio, quello è davvero lui”, ma capire come artisti e designer abbiano convinto milioni di spettatori che quelle macchine appartenessero davvero a un universo funzionante. Per chi ama Ralph McQuarrie, Joe Johnston e tutta l’archeologia creativa dietro Star Wars, potrebbe diventare una specie di dungeon senza boss finale dal quale non voler più uscire.

Perché fumetti, Frazetta e Frida Kahlo finiscono nello stesso museo?

Perché il Lucas Museum prova apertamente a mandare in pensione la divisione tra cultura “alta” e cultura popolare. Le sue gallerie attraversano temi umani come famiglia, amore, lavoro, gioco, infanzia, comunità, avventura, fantasy e fantascienza, invece di costruire soltanto una linea temporale da manuale. Questo permette a illustratori, comic artist, fotografi e pittori di dialogare sulla base delle storie che raccontano. È un’idea che le community nerd hanno metabolizzato da parecchio tempo: chi arriva a Star Wars attraverso McQuarrie può finire su Frazetta, da Frazetta passare all’illustrazione fantastica europea, da lì scoprire Mœbius e ritrovarsi improvvisamente a osservare il Novecento artistico con occhi diversi. I fandom funzionano spesso così, per hyperlink mentali prima ancora che esistessero gli hyperlink veri. Il museo sembra aver trasformato quel comportamento in una filosofia curatoriale. La stessa collezione mette esplicitamente in relazione immagini e autori provenienti da linguaggi molto lontani tra loro.

Che cosa rende speciale la Research Library?

Forse proprio qui emerge quanto il progetto voglia andare oltre l’effetto “wow” dei memorabilia cinematografici. La Research Library, accessibile gratuitamente, occupa tre livelli e raccoglie materiali su arte, illustrazione, cinema, folklore, antropologia, fotografia, design, letteratura per l’infanzia e cultura popolare. Tra i nuclei più sorprendenti figurano oltre 30.000 comic book, con una presenza particolarmente forte della Silver Age, fondi dedicati all’editoria indipendente e a Kitchen Sink Press, materiali provenienti dalla storica biblioteca di Skywalker Ranch e circa 3.000 libri d’arte donati da Steve Martin e Ann Martin. Poi arriva uno di quei dettagli capaci di far drizzare le antenne a qualsiasi fan della mitologia di Star Wars: oltre 2.900 volumi appartenuti a Joseph Campbell, molti con annotazioni e materiali di ricerca dello stesso studioso del mito comparato che influenzò profondamente Lucas e la costruzione narrativa della saga. Vedere la biblioteca personale dell’autore de L’eroe dai mille volti entrare nello stesso ecosistema degli archivi cinematografici crea quasi un collegamento fisico tra teoria del mito e cultura pop.

Il cinema viene trattato come un’opera da museo?

Anche qui l’approccio è curioso. Il Robert Flaherty Theater e lo Slavko Vorkapich Theater, entrambi da 299 posti, propongono proiezioni continue che il visitatore può intercettare liberamente durante il percorso, quasi fossero gallerie nelle quali le immagini hanno semplicemente iniziato a muoversi. Il programma inaugurale attraversa cinema delle origini, sperimentazione, animazione e documentario, evitando di relegare il film alla classica proiezione-evento separata dalla visita. Sembra una scelta piccola, invece racconta bene l’intero progetto: fotografia, cinema, fumetto e illustrazione diventano tecnologie narrative differenti, non categorie chiuse dentro stanze che non comunicano.

Perché l’apertura del Lucas Museum conta anche per la cultura nerd?

Perché rende istituzionale qualcosa che fumetterie, convention, community online e fandom praticano da decenni: gli immaginari contaminano continuamente i propri confini. Una persona può entrare cercando R2-D2 e incontrare Norman Rockwell; può arrivare per Jack Kirby e scoprire la fotografia documentaria; può essere ossessionata dai manga e trovarsi davanti a un’opera che cambia completamente il modo in cui interpreta il disegno narrativo. Il museo stesso nasce dall’idea di dare dignità museale a forme visive che per molto tempo sono state considerate commerciali, popolari o semplicemente minori. E forse il punto più interessante dell’intera operazione sta proprio lì: non dimostrare che Star Wars meriti un museo — quella battaglia culturale sembra ormai abbastanza superata — ma suggerire che la nostra memoria visiva è fatta contemporaneamente di Caravaggio e copertine pulp, fotografie storiche e vignette, cinema d’autore e concept art di astronavi.

George Lucas ha passato buona parte della propria carriera inventando mondi e tecnologie per raccontarli; a ottantadue anni ha finito per costruire uno spazio fisico dedicato al meccanismo che sta dietro tutti quei mondi. Forse tra qualche anno ricorderemo il Lucas Museum soprattutto per i suoi capolavori, forse per gli archivi di Star Wars, forse perché avrà contribuito a rendere definitivamente assurda la domanda “ma il fumetto è arte?”. Intanto mi interessa molto di più sapere da quale porta entreremmo noi nerd: andreste dritti verso R2-D2 e Star Wars in Motion, vi perdereste tra Frazetta e Kirby oppure finireste nella biblioteca di Joseph Campbell dimenticandovi completamente dell’orario di chiusura? Raccontatecelo nei commenti, insieme ai vostri ricordi, alle vostre teorie e naturalmente agli inevitabili headcanon da museo galattico.

L’articolo Lucas Museum of Narrative Art: apre a Los Angeles il museo di George Lucas tra Star Wars, fumetti e arte proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

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