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30 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

MAM Media Art Museum: Roma trasforma l’ex Cinema Avila in una casa permanente per l’arte digitale

MAM Media Art Museum: Roma trasforma l’ex Cinema Avila in una casa permanente per l’arte digitale
30 Settembre 2026 da Gianluca Falletta

Roma ha sempre avuto uno strano rapporto con il futuro. Lo accumula sopra il passato, lo lascia infiltrare tra palazzi ottocenteschi, cinema scomparsi, archeologie industriali e quartieri dove una facciata può raccontare più epoche di una timeline di Doctor Who. Per questo l’idea che un ex cinema a due passi da Porta Pia diventi una casa permanente della Media Art mi sembra molto più interessante della semplice apertura di un nuovo museo. Dal 9 ottobre 2026, negli spazi dell’ex Cinema Avila di Corso d’Italia 37D, debutta infatti il MAM – Media Art Museum, progetto romano dedicato all’incontro tra arte digitale, immagini in movimento, suono, performance audiovisiva, installazioni interattive e nuove tecnologie. L’opening viene presentato come l’arrivo del primo museo europeo permanentemente dedicato alla Media Art, mentre le fonti ufficiali dell’ecosistema FLxER descrivono un luogo pensato stabilmente per media art e cultura digitale, con una sala immersiva concepita specificamente per la performance live. E qui, almeno dal punto di vista di chi ha passato una buona fetta della propria vita professionale tra eventi, exhibit, parchi e ambienti immersivi, la faccenda diventa immediatamente più interessante: perché mettere proiettori su quattro pareti è relativamente semplice, costruire un luogo capace di trasformare tecnologia, spazio e pubblico in un linguaggio culturale stabile è tutta un’altra storia.

Il MAM Media Art Museum di Roma nasce dentro un ecosistema che non arriva certo dal nulla. Dietro il progetto troviamo FLxER, realtà romana cresciuta attorno all’omonimo software sviluppato all’inizio degli anni Duemila per consentire la manipolazione e la performance video in tempo reale, in un periodo nel quale parlare di VJing, live visuals e audiovisivo digitale significava ancora muoversi in una zona di frontiera frequentata soprattutto da club, festival, hacker culturali e artisti sperimentali. FLxER indica il proprio team come attivo dal 2001 e quella genealogia si intreccia con il Live Performers Meeting, appuntamento internazionale dedicato alle performing arts audiovisive che a ottobre tornerà proprio a Roma per la sua ventisettesima edizione. Chi ha seguito l’evoluzione della cultura digitale italiana sa quanto questo passaggio sia simbolico: linguaggi che venticinque anni fa sembravano destinati a restare confinati nei festival elettronici e nei laboratori indipendenti entrano ora in uno spazio museale permanente senza perdere necessariamente la loro natura performativa. È un po’ la traiettoria compiuta dal videogioco, dalla street art o dallo stesso cosplay: forme espressive nate spesso fuori dalle istituzioni, guardate inizialmente con quella diffidenza riservata a tutto ciò che appare troppo nuovo, troppo pop o troppo tecnologico, e poi diventate territori culturali impossibili da ignorare.

I circa 1.000 metri quadrati annunciati per il MAM assumono senso soprattutto pensando alla varietà delle esperienze previste: installazioni, workshop, attività formative, performance e una collezione permanente dedicata alla storia della Media Art. Il vero magnete sarà però la sala immersiva da circa 300 metri quadrati, ambiente nel quale pareti e pavimento possono trasformarsi in un unico campo audiovisivo. La documentazione ufficiale di LPM la descrive come una delle maggiori immersive room europee e definisce il MAM come sede del primo spazio immersivo permanente al mondo pensato specificamente per la performance audiovisiva live. Dettaglio tutt’altro che semantico. Una immersive room non diventa interessante soltanto perché riempie il campo visivo: la differenza vera emerge dal rapporto tra contenuto, architettura, movimento dello spettatore e temporalità dell’esperienza. Dopo anni nei quali la parola “immersivo” è stata applicata praticamente a qualsiasi superficie dotata di videoproiettore — con risultati che oscillano dal sorprendente al salvaschermo gigante — fa piacere vedere un progetto che nasce anche attorno alla performance, quindi alla presenza umana, all’imprevedibilità e alla possibilità che l’ambiente venga realmente suonato e interpretato come uno strumento.

Ad aprire questa nuova fase sarà HyperMedia, mostra inaugurale dedicata a oltre vent’anni di creatività digitale, costruita attraversando installazioni interattive, arte generativa, intelligenza artificiale, sperimentazione audiovisiva e trasformazioni dei linguaggi tecnologici. La presentazione pubblica dell’esperienza parla esplicitamente di un percorso tra artisti italiani e internazionali e di una sala da 300 metri quadrati nella quale immagini, suoni, pareti e pavimento diventano componenti dello stesso ambiente. Il titolo, tra l’altro, funziona bene perché suggerisce qualcosa che la cultura digitale ha interiorizzato da tempo: i media non sono più compartimenti separati. Immagine, codice, musica, algoritmo, corpo, interazione e spazio fisico convivono ormai dentro opere difficili da definire usando le vecchie categorie. L’intelligenza artificiale rende questa contaminazione ancora più evidente, perché porta direttamente dentro il processo creativo questioni legate all’autorialità, alla generazione procedurale, al rapporto uomo-macchina e persino alla natura dell’opera stessa. Guardare una sequenza generativa non equivale a osservare un quadro appeso a una parete; spesso significa assistere a qualcosa che continua a mutare davanti a noi, quasi fosse un piccolo universo procedurale uscito da un videogame e trasferito nello spazio reale.

Il calendario di ottobre chiarisce inoltre quanto il MAM voglia essere qualcosa di più di una scatola espositiva. Dal 10 al 25 ottobre ospiterà la Visual Sound Academy, progetto formativo dedicato alle nuove generazioni di artisti audiovisivi, mentre dal 22 al 25 ottobre diventerà una delle sedi principali di LPM 2026 Rome, con performance immersive, installazioni, workshop, incontri, VJ set e sperimentazioni che coinvolgeranno centinaia di artisti e professionisti provenienti da numerosi Paesi. Questa dimensione mi interessa forse persino più della tecnologia impiegata. Un museo dedicato ai media contemporanei rischierebbe infatti di invecchiare molto rapidamente se si limitasse a cristallizzare opere digitali dentro una nuova versione della teca; l’idea di affiancare esposizione, formazione, performance e comunità offre invece una possibilità diversa, quella di costruire un organismo che cambi insieme ai linguaggi che racconta.

Roma guadagna così un nuovo nodo dentro una geografia culturale già piuttosto sorprendente: il MAM si trova tra il MACRO e la Galleria Borghese, abbastanza vicino a Porta Pia da creare quasi un corto circuito tra secoli di storia dell’arte e forme espressive nate da computer, sintetizzatori, software open source, sensori e algoritmi. Da nerd cresciuti attraversando il passaggio dall’analogico al digitale abbiamo forse un vantaggio curioso nel leggere posti del genere: ricordiamo ancora il computer come oggetto quasi alieno entrato lentamente nelle nostre case, abbiamo visto Internet trasformarsi da territorio per pochi iniziati a infrastruttura della quotidianità e oggi discutiamo serenamente di intelligenza artificiale generativa mentre un museo può utilizzare il codice come pigmento e una sala intera come tela. La domanda interessante, quindi, non riguarda soltanto quanto sarà spettacolare entrare dentro HyperMedia, ma che tipo di cultura riuscirà a crescere attorno al MAM dopo l’effetto novità. Se diventerà davvero un punto d’incontro tra artisti, performer, studenti, coder, creativi e pubblico curioso, Roma potrebbe aver trovato non semplicemente un altro luogo da visitare, ma uno spazio nel quale osservare il prossimo pezzo della nostra cultura mentre sta ancora imparando quale forma assumere. E su questo, inevitabilmente, la conversazione è appena cominciata.

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L’articolo MAM Media Art Museum: Roma trasforma l’ex Cinema Avila in una casa permanente per l’arte digitale proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.

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