
Immaginate di seguire un sentiero tra alberi, foglie, radici e silenzio, magari convinti di essere usciti semplicemente per una passeggiata, e di ritrovarvi improvvisamente davanti a una creatura gigantesca che sembra arrivata da una leggenda scandinava. Non un animatronic, niente schermi LED, nessuna realtà aumentata: legno consumato, vecchi pallet, assi recuperate, mobili destinati allo smaltimento, botti e materiali che avevano apparentemente terminato la propria storia. Poi arriva Thomas Dambo e quella storia ricomincia. L’artista danese ha trasformato il recupero creativo in una gigantesca quest fantasy disseminata attraverso il pianeta, popolando boschi, parchi e campagne con enormi troll capaci di raggiungere dimensioni paragonabili a quelle di una casa. Il risultato sembra incrociare le atmosfere delle fiabe nordiche con una missione secondaria di The Legend of Zelda, il gigantismo poetico di Shadow of the Colossus e quella sensazione meravigliosamente infantile che proviamo davanti a qualcosa che non dovrebbe trovarsi lì e invece, misteriosamente, sembra appartenere da sempre al paesaggio.
Thomas Dambo nasce in Danimarca tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, in una famiglia dove manualità e creatività facevano già parte della quotidianità: sua madre lavorava come sarta di costumi teatrali, mentre suo padre era fabbro. Anche la sua infanzia sembra quasi il prologo perfetto per ciò che avrebbe costruito molti anni dopo. Boschi, capanne sugli alberi, grotte scavate per gioco, teleferiche improvvisate e leggende sui troll diventano ingredienti di un immaginario che, passando attraverso gli studi alla Design School Kolding e persino una lunga esperienza come musicista e autore, finisce per trovare una forma gigantesca. Dambo comincia a lavorare sempre più intensamente con materiali riciclati, realizzando casette per uccelli, installazioni e creature costruite recuperando ciò che altri consideravano ormai inutile. Il principio potrebbe sembrare semplice, quasi da laboratorio creativo scolastico, ma la scala cambia completamente la percezione: assemblare qualche asse per creare un oggetto decorativo significa parlare di riciclo; trasformare tonnellate di legno recuperato in un essere alto diversi metri che osserva silenziosamente una foresta significa costruire un mito.
La parte più affascinante del lavoro di Dambo riguarda infatti il rapporto tra opera, luogo e visitatore. I troll raramente vengono concepiti come sculture da contemplare frontalmente dentro una sala bianca. Bisogna cercarli. Camminare. Interpretare indizi. Allontanarsi dalle strade più frequentate. La visita diventa così una piccola avventura, e questa scelta modifica radicalmente il modo in cui percepiamo l’opera: non stiamo semplicemente guardando qualcosa, stiamo vivendo il percorso necessario per incontrarla. È una dinamica che qualsiasi giocatore riconosce immediatamente. Pensate alla differenza tra ricevere automaticamente un oggetto importante e scoprirlo alla fine di una lunga esplorazione: l’oggetto resta identico, ma il nostro rapporto emotivo cambia perché abbiamo costruito un ricordo intorno alla scoperta. Dambo applica inconsapevolmente una grammatica vicinissima al game design, trasformando il paesaggio in una mappa e le sue creature in ricompense narrative. Persino la fotografia davanti al troll arriva soltanto alla fine di un’esperienza più grande.
Questa filosofia ha trovato la propria espressione più ambiziosa nel progetto Trail of a Thousand Trolls, nato con l’obiettivo dichiaratamente folle — e proprio per questo meraviglioso — di disseminare mille creature realizzate con materiali recuperati in giro per il mondo. Uno dei primi capitoli della storia fu Hector the Protector, installato nel 2014 sull’isola di Culebra, a Porto Rico. L’uragano Maria lo distrusse nel 2017, ma Dambo tornò sul luogo e ne realizzò una nuova versione nel 2019. È quasi impossibile non leggere anche qui qualcosa di fiabesco: un gigante abbattuto dalla natura che ritorna, ricostruito dagli esseri umani attraverso il legno e la memoria. Negli anni successivi la famiglia dei troll è cresciuta fino a superare abbondantemente il centinaio di installazioni, distribuite in numerosi Paesi e continuamente documentate attraverso una vera e propria mappa online dedicata alla loro ricerca.
La geografia di questo universo sembra ormai quella di un open world. Negli Stati Uniti i troll sono comparsi tra Kentucky, Colorado, California, Maine, Wisconsin, Rhode Island, Iowa, New York e North Carolina; nel Pacific Northwest il progetto Way of the Bird King ha costruito un percorso specifico attraverso diverse installazioni, mentre altre creature hanno abitato giardini botanici, arboreti e riserve naturali. In Australia i Giants of Mandurah hanno trasformato la ricerca delle sculture in una vera esplorazione territoriale; in Corea del Sud si può incontrare Mamma Wok a Seoul, in Cile vive la gigantesca Ulla, mentre altre opere sono apparse tra Irlanda del Nord, Belgio, Ungheria e naturalmente Danimarca. Ogni troll possiede una propria identità e spesso una relazione precisa con l’ambiente circostante: qualcuno abbraccia gli alberi, qualcuno emerge dal terreno, qualcuno sembra osservare un sentiero aspettando che gli esseri umani si accorgano della sua presenza. Nessuno ha bisogno di muoversi davvero. Basta la posizione del corpo, l’espressione scolpita e soprattutto la scala per suggerire una storia.
Dietro questa spettacolarità rimane però un metodo sorprendentemente comunitario. Dambo e il suo team lavorano spesso insieme a volontari locali, recuperando materiali disponibili sul territorio e coinvolgendo le persone nella costruzione delle opere. Il troll diventa così meno simile a una scultura trasportata dall’esterno e più vicino a una creatura assemblata dalla comunità che dovrà ospitarla. Vecchie assi, pallet industriali, scaffali, rami, botti e legname destinato allo smaltimento acquistano una nuova funzione senza cercare di nascondere completamente la propria origine. Guardando da vicino una di queste creature si riconoscono giunture, venature, superfici differenti, imperfezioni. Il materiale racconta già qualcosa prima ancora che inizi la favola.
Forse proprio questo dettaglio impedisce ai troll di Thomas Dambo di trasformarsi in semplici gigantesche photo opportunity. Sono incredibilmente fotografabili, ovviamente, e i social media hanno contribuito enormemente alla loro popolarità, ma l’immagine finale rappresenta soltanto una parte dell’esperienza. Prima arriva il viaggio, poi la scoperta, poi quella sensazione straniante di trovarsi minuscoli davanti a una creatura costruita con ciò che normalmente avremmo gettato via. Il messaggio ecologico non viene impartito attraverso un cartello o una morale pronunciata ad alta voce: prende letteralmente corpo davanti a noi. Il rifiuto diventa materiale da costruzione, il materiale diventa personaggio, il personaggio diventa motivo per entrare nella natura e quella passeggiata finisce per diventare un ricordo.
Forse è questa la magia più nerd dell’intero progetto. Abbiamo trascorso decenni esplorando dungeon digitali, mappe fantasy, foreste di Hyrule e mondi aperti pieni di creature nascoste, e Thomas Dambo ha portato una parte di quella grammatica nella realtà senza bisogno di pixel. Basta un bosco, una strada da seguire e la voglia di vedere cosa potrebbe nascondersi dietro il prossimo gruppo di alberi. La domanda, a quel punto, diventa inevitabile: se sapeste che da qualche parte, alla fine di un sentiero, vi aspetta un troll alto quanto una casa, riuscireste davvero a resistere alla tentazione di andare a cercarlo?
L’articolo Thomas Dambo e i troll giganti di legno: la fantasy art sostenibile nascosta nei boschi del mondo proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.


